Sunday, 18 Nov 2018

La grande illusione – la musica italiana dei ’70

La musica italiana degli ultimi 60 anni, senza voler andare troppo indietro con la memoria, accompagna come un felice anestetico la nostra storia più recente. Anestetico perché, volenti o nolenti, in Italia la musica ha sempre avuto la valenza dell’evasione. Questo è stato vero molto spesso, tranne che negli anni ’70, quando la musica italiana si stratificò, contorse ed esplose in decine di rivoli importanti. E’ in quegli anni che emersero figure del calibro di Guccini, Gaber, De Andrè.
Cantautori socialmente impegnati, di testi dal peso specifico notevole.
La musica subì una stupefacente trasformazione, che ha lasciato tracce durature nel nostro bagaglio culturale. Ma come ci si arrivò?

Gli anni 50 ci hanno regalato canzoni necessariamente senza pensieri, dopo l’orribile decennio precedente. La guerra è alle spalle, nel cuore c’e’ ancora turbamento e malinconia, davanti agli occhi la ricostruzione di un’economia e di un sentimento di speranza per un futuro migliore.

I ’60 sono un inno alle possibilità: il boom economico e’ arrivato e ciò che si sperava è divenuto realtà. Arrivano i primi televisori nelle case, la musica oltre che ascoltata ora è anche “vista”. Mario Riva, col suo “Musichiere”, entra nelle case, investendo occhi ed orecchie. E l’Italia tutta, o almeno quella che se lo può permettere, impazzisce davanti a “Studio Uno”, un programma che fu anche un fenomeno di costume.

Il panorama musicale di quegli anni era, in fondo, una faccenda assai più semplice di quanto non divenne un manciata di anni più tardi.

Il Festival di Sanremo, nato nel ’51, ebbe un certo merito nel regalare agli italiani un primo, moderno immaginario collettivo. Ed un linguaggio comune, quello cantato, che si distaccava dalle canzoni dialettali cosi diffuse nel dopoguerra. Ed ecco quindi i Modugno, i Gino Paoli, i Little Tony, con canzoni emozionanti, aggreganti, soprattutto felici. Felicità che sembra scontrarsi bruscamente con la brutalità della vita reale quando, nel ’67, Tenco si suicida a seguito della sua esclusione dalla finale. In qualche modo, questo evento drammatico e terribilmente intimo infrange ogni patina.

Siamo sulla soglia degli anni ’70.
Non dovete immaginare l’inizio di quel decennio come l’ingresso di un lungo e oscuro tunnel. In verità, quegli anni diedero modo agli artisti dell’epoca di scegliere in che modo, in termini di forma e sostanza, declinare la propria musica. Una libertà espressiva spesso portata all’estremo per cui, in netta rottura col passato, ora la musica può rivestire un ruolo di strumento di denuncia sociale, di racconto delle miserie umane, di arma politica.
In quegli anni, la musica si ribellò e liberò ferocemente dagli imbellettamenti e dal politically correct.

E non poteva essere diversamente: erano gli anni della contestazione. Erano gli anni in cui un’intera generazione di giovani, alle soglie dell’ingresso nell’età adulta, manifestavano un profondo disagio nei confronti di un conformismo sociale sentito sempre più alienante. Sono gli anni delle icone rivoluzionarie quali Ho Chi Minh e Che Guevara. Anni di slogan contro la guerra, soprattutto dopo gli orrori del Vietnam.

In Italia, cosi come un anno prima in Francia, quel disagio invase gli ambienti studenteschi da un lato e quelli operai dall’altro: era il ’68. E questo, al di là di ogni valutazione politica, scoperchiò il vaso di Pandora dell’impegno, in ogni forma possibile. E la musica ne fu travolta. La scuola cantautoriale produsse elementi di rilievo. Paolo Pietrangeli con la sua “Contessa”, Francesco Guccini, con le indimenticate “La Locomotiva” e “La primavera di Praga”. E Fabrizio De Andrè, le cui canzoni non sono solo atti di denuncia politica come “Il testamento di Tito”, ma anche ballate che narrano storie di derelitti ed emarginati. E che ci raccontano le sue idee pacifiste, come ne “La guerra di Piero”.
A parte alcune eccezioni (Baglioni, Battisti), la maggior parte dei cantautori impegnati in Italia riflettono, nei loro brani, la durezza dei conflitti sociali e la subcultura rossa del nord e centro Italia.
Cosa significa questo? Di colpo i testi delle canzoni diventano una sorta di breviario de “Il capitale” di Karl Marx? In verità il processo fu elaborato e produsse risultati diversi.

Dall’introduzione nei testi a riferimenti a fatti di cronaca, come nella “Canzone del maggio” di De André:
“E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti”  

alla sperimentazione di liriche meno convenzionali e più graffianti, dissonanti rispetto alla musica melodica di qualche anno prima. Un vestito musicale esso stesso espressione di rottura.
In realtà, furono pochissimi i musicisti che si dedicarono a produzioni completamente politicizzate: gli Stormy Six sono tra questi. Vicini al Movimento Studentesco, avvinti dalle influenze progressive che esplosero in quegli anni soprattutto in Inghilterra, con eco interessanti anche da noi (Banco del Mutuo Soccorso, PFM, gli Area), gli Stormy coniugano l’attivismo politico allo studio in Conservatorio. Ogni canzone e’ un libello ed un’esperienza culturale.

“Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città”

“Arriva una squadraccia armata di bastone
fan dietro front subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
all’Apreda rossa in sciopero i fascisti son scappati”

Cavalcano l’onda, e ne creano loro stessi, di quel periodo straordinario che sembrava non finire mai e che si arrestò invece di li ad una manciata di anni. Portando all’avvio del declino della canzone di protesta.

Ma in quegli anni non ci furono solo canzoni di protesta. I giovani, pur impegnati, continuavano ad innamorarsi, i falò in spiaggia continuavano ad essere accesi. La maglietta fina di Baglioni fece da sfondo a tanti innamoramenti, la voce d’angelo di Antonella Ruggiero ne “Cavallo Bianco” dei Matia Bazar fece sognare una fetta di quella generazione arrabbiata. Rino Gaetano miscelò sapientemente e in modo originale l’impegno all’ironia, forse avvertendo già quanto vinta fosse certa propaganda intellettuale. I Pooh esplosero con “Alessandra” ma poi ci regalarono quel cameo di “Pierre”, canzone coraggiosa dato il tema dell’omosessualità, trattato con una delicatezza insolita per quegli anni:

“Scusami
Se ti ho riconosciuto pero’
Sotto il trucco gli occhi sono i tuoi
Non ti arrendi a un corpo che non vuoi…
Pierre sono grande l’ho capito sai
Io ti rispetto, resta quel che sei
Tu che puoi…”

Il declino della canzone di protesta va a braccetto col declino di certe lotte politiche e sociali. Siamo alla fine di questo incredibile decennio, la rivoluzione socio-culturale, a conti fatti, non ha dato i frutti sperati. Il sistema si rivelato debole ma non si e’ spezzato, e si che gli anni di piombo, esperienza tutta italiana, diedero una terribile scossa alle fondamenta stesse del nostro vivere civile.
Eppure, o forse proprio per questo, le coscienze civili cosi destate furono lentamente riportate ad uno status quo, ed in qualche modo anche la musica iniziò a svuotarsi di certi contenuti. Certo, da quel decennio formidabile presero spunto un buon numero di “sottogeneri” musicali, che si svilupparono negli anni successivi. Ma la canzone d’autore si svegliò improvvisamente stanca e impoverita.

Chi smise di far musica, chi svoltò verso una musica più intimista o sperimentale. Siamo alle porte del riflusso, di quegli anni ’80 che segnarono la rivincita dell’apparenza dopo anni di sostanza fatta di carne ed ideali.
Ma questa, è davvero tutta un’altra storia.

Paola Camilli è owner su facebook dei gruppi “I mitici ’70” e “Noi che gli anni ’80…

Per approfondire:

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Programmatrice di professione, utente internet della prima ora. Le mie grandi passioni sono la storia contemporanea e la musica

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