Friday, 21 Sep 2018

Un mappamondo di cemento

Di Fabiana Lanzi per Reccom Magazine

Sono, attualmente, almeno 70 le barriere che gli stati usano per blindarsi, per difendersi dai migranti o dal terrorismo.

Era il 1989 quando il più famoso, quello di Berlino, smise di dividere la capitale tedesca. Sembrava l’alba di un nuovo mondo, aperto e cosmopolita, eppure, da allora il numero delle barriere è salito a 70, mai così tante.

Più o meno dagli anni 2000 sono comparsi circa diecimila chilometri di cemento armato e filo spinato.

I paesi si blindano per contrastare i milioni di esseri umani in movimento a cui sono cambiati termini di convivenza collettiva, a cui è stato diffuso un senso di insicurezza da guerre e globalizzazione.

La politica ha reagito, e reagisce, costruendo e promettendo barriere, reali e psicologiche.

Si innalzano muri per proteggere e per conquistare, barriere di filo spinato, iper-tecnologiche o di sabbia e bidoni, barriere che crollano e altre in piena costruzione. Di carattere razzista, economico, religioso o politico.

Quello che siamo arrivati a definire mondo globalizzato alimenta sempre più tensioni che si materializzano in frontiere liberalizzate da un lato e in un ingente flusso di finanziamenti, energia e tecnologia per rafforzarlo dall’altro.

Paradossalmente, dunque, quello stesso processo di globalizzazione che avrebbe dovuto abbattere barriere, ne sta innalzando di nuove.

Dovremmo chiederci perché proprio in questi ultimi anni si torna a parlare di confini da proteggere e di barriere che creano inevitabilmente una netta divisione tra popolazioni.

In altre parole, da chi o da cosa sentiamo il bisogno di difenderci?

Questo bisogno di protezione è alimentato dall’idea di un dentro sicuro e fuori pericoloso, che fa subire vere e proprie radicalizzazioni a livello governativo e amministrativo.

L’aumento dei flussi migratori, che hanno raggiunto numeri biblici in pochissimi anni, contribuiscono a rendere gli equilibri mondiali sempre più precari.

I dati stimati e pubblicati dall’International Migration Outlook 2016 dell’OCSE, mostra come tra gli anni 2015/2016 si è raggiunto un apice con spostamenti di quasi 5milioni di persone verso i paesi dell’OCSE. Cifre raddoppiate in confronto ad anni precedenti.

A livello mondiale le situazioni di crisi si moltiplicano, ma fin troppo spesso gli stati che si trovano a dare accoglienza sono privi di strumenti e privi di politiche adatte rispetto alle necessità e trovano pochissima solidarietà da parte degli alleati.

Le situazioni che si trovano ad affrontare Italia e Grecia, che sono i principali approdi delle ondate migratorie rivolte verso l’europa, e la chiusura, che fa seguito alla scarsa collaborazione, da parte degli altri stati dell’Europa Unita ne sono una dimostrazione lampante.

Quello che colpisce è che, se da un lato le decisioni politiche richiedono tempi lunghissimi, dall’altro la velocità con cui si ergono muri e barriere è straordinaria, e con essi atteggiamenti xenofobi che inevitabilmente fanno da cornice.

La realtà dei muri odierni è che non sono altro che pura teatralità, una sorta di immagine rassicurante all’interno di un mondo in cui vengono sempre meno contenimento e sicurezza.

Nessun muro risolve in realtà il problema, nessun muro blocca i traffici illegali di persone e quelli di droghe, né tanto meno risolve conflitti. Eppure, spesso, il popolo li chiede a gran voce, nonostante siano costosissimi.

“Diventando sempre più lunghi e più complessi, accomunati da un’unica e più importante caratteristica: quella di essere politici, di fare autorità, di controllare, creare limiti, escludere e vietare”

Così li definisce e affronta il tema lo storico Quetél nel suo saggio “Muri- un’altra storia fatta dagli uomini”.

Secondo Quetél, quello di Berlino è stato solo un albero che ha nascosto la foresta.

L’Europa soprattutto sembra tornare indietro di mezzo secolo con la politica di chiusura che sta adottando ultimamente, trasformandola in una fortezza. Proprio nel tempo in cui si critica aspramente la decisione del nuovo presidente americano Donald Trump di voler dar seguito alla promessa elettorale sul muro al confine con il Messico.

A febbraio, l’Austria, ad esempio, ha di nuovo rimarcato la sua intenzione di voler costruire un confine con l’Italia lungo il Brennero. Per ora l’accordo tra Roma e Vienna per evitare questa misura, tiene, ed i lavori avviati a fine 2015 restano sospesi, ma per quanto?

Il grande muro di Calais, voluto da Londra per impedire ai migranti di passare dalla Francia alla Gran Bretagna, è stato terminato dopo solo tre mesi di lavori e è costato circa 20 milioni di euro.

Anche l’Ungheria non è da meno: oltre al muro di filo spinato al confine con la Serbia, ha eretto una barriera di 41 chilometri ai confini con la Croazia (primo muro tra due paesi già membri dell’Unione Europea) e ha dichiarato che, se il flusso di migranti al confine serbo ungherese dovesse aumentare, Budapest è pronta a costruire una nuova barriera al confine meridionali con la Serbia.

Le recinzioni sono state alzate anche più ad Est, tra Ucraina ed Estonia. Kiev dopo la guerra civile nel 2014 ha srotolato chilometri e chilometri di filo spinato.

Aggiungiamo l’Irlanda del Nord e le così dette “linee della pace”, mura e recinzioni apparse quarant’anni fa a Belfast, ancora oggi dividono le comunità cattoliche da quelle protestanti.

E spostando solo un pochino l’occhio, su questo mappamondo fatto di confini di cemento, troviamo la barriera tra Israele e Palestina, additata dalla comunità internazionale come simbolo di Apartheid.

Turchia – Arabia Saudita. Lo storico alleato degli Stati uniti è uno dei paesi che più di tutti ha lavorato per la difesa dei propri confini; L’Arabia Saudita, ha negli anni fortificato il suo confine meridionale con Yamen e Oman. Ora punta al modello americano lungo il confine con l’Iraq: un muro di 600 chilometri con torri di guardia, barriere di sabbia e guardie di confine che porterà a una mobilitazione di circa 30mila uomini.

E poi ancora, Cipro, con i suoi 180 chilometri di filo spinato da Kokkina, Nord-Ovest dell’isola, fino a Famagosta nella parte Sud-Ovest. Separando i turchi dai greco-ciprioti.

Se lo sguardo cade lungo il 38esimo parallelo ci si trova al confine che risulta il più militarizzato al mondo: Corea del Sud e Corea del Nord, separate dal 1953 da sei diversi muri e lunghi 2.700 chilometri con tanto di fossati e fili spinati, presidiati da migliaia di soldati, campi minati e artiglieria.

La grande muraglia del Marocco, nota con il nome di “Cintura di sicurezza” lungo 2.720 chilometri, disseminato da mine anti uomo.

Un campo minato continuo, intorno a quello che è il muro più grande del mondo dopo la muraglia cinese. E probabilmente in pochissimi ne hanno sentito parlare. Corre tra le dune del deserto, lontano dai riflettori nel Shara Occidentale, dividendo i confini tra Mauritania, Marocco ed Algeria.

Non possiamo escludere da quest’elenco il Muro della vergogna, uno dei più discussi negli ultimi periodi, quello che separa Messico e Stati Uniti d’America che percorre mille dei tremila chilometri che compongono il confine. Secondo alcune stime il numero delle vittime lungo il confine si aggira intorno ai 500 l’anno, tutte nel tentativo di attraversamento della muraglia.

Il mio elenco potrebbe continuare ancora. Con i 700 Km tra Kenia e Somalia, Iran e Pakistan separate dal 2007.

Israele ed Egitto e il muro fortemente voluto da Israele, lungo 230 chilometri.

Barriere in tutto il modo, che portano a pensare che esistano più impedimenti che passaggi liberi, nonostante l’esperienza ci abbia insegnato, invece, che la costruzione di muri ha almeno due principali conseguenze negative.

La prima l’abbiamo vissuta negli ultimi mesi lungo la rotta balcanica, in Grecia e Serbia: al di là dei muri si ammassano persone, spesso in condizioni assolutamente precarie, a volte gettando le basi a vere e proprie emergenze umanitarie, che esplodono nel momento in cui le condizioni peggiorano.

La seconda è la formazione di “zone ombra”, governate da associazioni criminali che esercitano la violenza, che controllano il mercato di alcuni beni o che assicurano il passaggio al confine dietro ingenti pagamenti e spesso con il tacito accordo delle forze di polizia, gestendo veri e propri traffici di esseri umani, dove la vita è spesso in bilico tra la vita e la morte.

In definitiva, costruire ed innalzare barriere non è solo una risposta illusoria, ma genera dinamiche che sfuggono alle autorità statali. Una risposta che sembra tanto potente e muscolare, finisce, il più delle volte, con l’essere tanto stupida.

I muri coagulano razzismo-Xenofobia, barricano le nazioni contro un fuori che è sempre oscuro e pericoloso ma distolgono l’attenzione dalla confusione che spesso nasce proprio lì dove la divisione sorge.

I muri più pericolosi non sono quelli di cemento, bensì quelli eretti dall’ignoranza.

Il blog personale di Fabiana Lanzi

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