Sunday, 18 Nov 2018

Salve Marte, qui è la Terra!

di Oliver Melis

Il tentativo di contattare gli alieni non è una prerogativa dovuta alla scoperta delle onde radio ma anche in precedenza, nel diciannovesimo secolo, gli scienziati avevano escogitato dei sistemi per mettersi in contatto con gli extraterrestri. Gli obiettivi però non erano pianeti posti attorno ad altre stelle bensì i satelliti e i pianeti del nostro sistema solare che venivano reputati da molti abitati da esseri intelligenti. I bersagli erano la Luna e Marte e già allora Schiaparelli non era il solo a ritenere il pianeta rosso sede di una civiltà tecnologica.

Nel 1829, Carl Friedrich Gauss pensò che sarebbe stato possibile comunicare con gli esseri che ipoteticamente abitavano la Luna disegnando nella tundra siberiana delle figure geometriche di grandezza tale da essere visibili dal nostro satellite, Gauss si basava sul presupposto che la geometria e la matematica sono un linguaggio universale. Se gli abitanti della Luna, i Seleniti, avessero ad esempio visto la dimostrazione del teorema di Pitagora, avrebbero capito che sulla Terra era presente una civiltà evoluta.

Nel 1840, Joseph Von Littrow, dell’Osservatorio di Vienna, fece una proposta simile, tracciare delle grandi figure geometriche scavando delle trincee larghe 32 Km, una volta realizzata, l’opera sarebbe stata riempita di una soluzione contenente cherosene che bruciando durante la notte sarebbe stata visibile da grande distanza. Non osiamo però immaginare cosa avrebbero potuto eventuali extraterrestri di una trovata cosi poco ecologica.

Carl Friedrich Gauss aveva ideato uno strumento chiamato eliotropo, riproducendolo in grande, sfruttando 100 specchi da circa 4,5 metri quadrati l’uno, questi avrebbero riflesso la luce solare che avrebbe potuto essere osservata dalla Luna

Nel 1874, l’inventore francese Charles Cros, convinto che le macchie osservate su Marte fossero delle enormi città, ideò un metodo per contattarne gli abitanti. Il suo progetto, che tentò più volte di farsi finanziare dal governo francese, prevedeva una serie di specchi parabolici utilizzati per riflettere la luce del sole e incidere un messaggio di benvenuto direttamente sul suolo del deserto marziano. Un tentativo forse troppo pericoloso o addirittura che eventuali marziani avrebbero potuto interpretare come una vera e propria dichiarazione di guerra se solo fosse stato possibile costruire un marchingegno del genere.

L’astronomo A. Mercier, invece, propose di utilizzate il simbolo di Parigi, piazzando una serie di riflettori sulla Torre Eiffel, in modo da catturare la luce al tramonto e indirizzarla verso Marte. Una versione diciamo, maggiorata prevedeva l’utilizzo di una montagna, in modo da illuminarne il lato in ombra: cosi i marziani avrebbero capito che i lati oscuri delle montagne non si illuminano improvvisamente da soli e avrebbero dedotto l’artificialità del fenomeno.

Una ricca donna francese istituì il Premio Guzman Pierre, da attribuire a chiunque fosse riuscito a comunicare con un pianeta e ricevere una risposta. Il premio era di 100.000 franchi. Nel 1909, l’astronomo americano William Pickering, calcolò il costo di realizzazione di un sistema riflettente visibile da Marte in circa 10 milioni di dollari di allora.

A fronte dei progetti velleitari e, a volte, perfino pericolosi ideati nel passato, oggi disponiamo della radio per tentare di comunicare con gli alieni. Gli scienziati del settore sono però spaccati in due fazioni, cosiddette attiva e passiva. La fazione passiva è quella del SETI e prevede l’ascolto delle cielo nella speranza di ricevere segnali di chiara origine artificiale per poi decidere, una volta ricevuti e decodificati, come comportarsi, se rispondere o meno. La fazione attiva, il METI, pensa, invece, di inviare segnali nello spazio per farci trovare e provocare una risposta da eventuali alieni in ascolto. Ovviamente affidarsi ai segnali radio non garantisce nulla sia per le grandissime distanze tra le stelle sia perché non sappiamo con certezza se lassù qualcuno sia davvero in ascolto e se le onde radio siano lo strumento giusto per dialogare a distanze interstellari. In ogni caso, in cinquantanni di ascolto, a parte alcuni segnali sospetti, come il segnale “WOW!“, che non si sono però ripetuti, ancora non si sono avuti risultati.

Gli alieni, se ci sono, non sono interessati a dialogare con noi oppure non abbiamo ancora trovato il metodo giusto per comunicare.

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