Wednesday, 21 Nov 2018

Con la genetica la verità sul mostro di Lock Ness


di Oliver Melis

In passato abbiamo già parlato del mostro di Lock Ness, un presunto mostro preistorico molto simile al dinosauro che appariva nel film King Kong uscito nel 1933. In poco tempo, la stampa che da sempre sguazza nelle notizie sensazionali, riprese una storia raccontata, poco dopo l’uscita del film, da un certo George Spicer  che riferì di avere avvisato il presunto mostro dall’aspetto preistorico camminare intorno alla zona del famoso Lock Ness, facendolo diventare il lago più famoso del mondo cui il mostro fu da allora associato.

Da allora il suggestivo lago scozzese è divenuto meta di turisti e ricercatori che hanno dato la caccia al povero Nessie senza, peraltro, arrivare alla soluzione del mistero. A partire dal 1933 gli avvistamenti si moltiplicarono a dismisura e grazie ai tanti curiosi vennero scattate anche
le prime fotografie. Una delle foto più famose è la foto del chirurgo, chiamata così perché l’autore, il medico Robert Kenneth Wilson, non concesse al giornale, il Daily Mail il permesso di pubblicare il nome.

Sul mostro sono stati scritti libri, prodotti film e documentari, non mancano le fotografie che ritraggono il famoso plesiosauro di Loch Ness ma nessuno ha mai prodotto una sola  prova valida della reale esistenza del mostro o della sua discendenza, che sarebbe ormai antichissima. Infatti il primo “avvistamento” documentato risalerebbe addirittura al 566 d.C.

La scienza ufficiale, però, ha finalmente deciso di mettere un punto sulla questione che potrebbe mettere fine alle dicerie su Nessie. È recente la notizia che un gruppo di scienziati di varie nazionalità hanno inziato una nuova campagna di ricerca nel lago scozzese. Il Team, guidato da
Neil Gemmell (università di Otago, Nuova Zelanda), si trova in questo periodo a Loch Ness, armata di “una batteria di piccoli contenitori di plastica”.
A cosa servono? Servono a raccogliere dei campioni di acqua in diversi punti del lago e a varie profondità: lo scopo è quello di raccogliere un gran numero di elementi organici dispersi nelle acque e da questi estrarre il DNA, per confrontarlo poi con un database di sequenze di DNA di organismi noti e verificare se c’è qualcosa che indichi la presenza di un “dinosauro” o, comunque, di un animale insolito.

Il team utilizzerà una nuova metodologia di indagine, chiamata eDNA, Environmental DNA (Dna ambientale), che permette di ricostruire le caratteristiche di un ecosistema campionando le sostanze organiche presenti in un’area: un minuscolo frammento di pelle, una particella di escremento, un pezzetto di pelo… Questo metodo ha permesso di scoprire che in alcune grotte della Spagna e della Francia vissero dei Neanderthal, anche se di questi non vi sono testimonianze, oppure che un gran numero di balene nuota di fronte alle coste del Qatar.

Nessie, se esiste, dovrebbe avere lasciato impronte genetiche rilevanti e rilevabili. I campioni d’acqua raccolti a Loch Ness saranno confrontati con quelli dell’immenso archivio della GenBank, la banca dati gestita dal National Institutes of Health degli Stati Uniti, che conserva circa 260 miliardi di coppie di Dna di organismi viventi (raddoppiandoli ogni 18 mesi dal 1982).

Ci si potrebbe domandare se un tale dispendio di tempo e risorse ha veramente senso e la risposta è “sì”: comunque vada, il risultato sarà il quadro completo dell’ecosistema di Loch Ness.

Non sappiamo se la popolazione di Loch Ness, che attorno al turismo legato a Nessie ha costruito la sua fortuna, sarà contenta, ma se anche si otterrà una risposta scientifica definitiva che dimostri l’infondatezza delle voci sull’esistenza del mostro di Lock Ness, continueranno per generazioni ad esserci turisti e fotografi, disposti a credere che Nessie viva davvero nel lago a dispetto di quanto potrebbe dimostrare la scienza.

La caccia a Nessie non finirà mai.

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