Thursday, 13 Dec 2018

Adattamento, speciazione e estinzione nell’antropocene

Il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi e non solo le tecnologie e le nostre abitudini di vita a cambiare, è proprio l’ambiente in cui viviamo ad essere profondamente influenzato e profondamente alterato dalla nostra stessa presenza, tanto che, ormai, possiamo elencare una varietà di modi in cui la nostra specie ha pericolosamente modificato il nostro pianeta.

Uno studio della zoologa canadese Sarah Otto riporta in dettaglio i tanti modi in cui gli esseri umani hanno influenzato, quasi sempre in negativo, l’ambiente, per capire in che modo influenza in che modo stiamo influenzando l’evoluzione nel suo complesso. Ne esce un quadro davvero brutto, una rappresentazione drammatica dei danni che stiamo provocando agli equilibri naturali e come questi si ripercuotono non solo sull’evoluzione del biota terrestre ma sulla sua stessa sopravvivenza.

Benvenuti nell’antropocene.

La velocità con cui l’ambiente biotico e abiotico delle specie è cambiato ha già alterato la traiettoria evolutiva delle specie, una tendenza che promette di intensificarsi“, scrive la Otto nel suo recente articolo.

Il fatto che gli ecosistemi stiano subendo pesanti cambiamenti non è una novità. Circa il 90% di tutte le specie che hanno vissuto sulla Terra hanno fatto la fine del dodo, rendendo l’estinzione una caratteristica inevitabile della nostra biosfera, ma le forze che hanno provocato l’ascesa e la caduta delle specie durante la lunga storia della Terra tendono ad essere piuttosto lente rispetto a quello che è successo nel secolo scorso.

Cento anni fa, noi umani eravamo circa 1,8 miliardi. Ora la nostra popolazione è vicina ai 7,6 miliardi, essendo cresciuta con una media dell’1% ogni anno. Se anche avere molte più bocche da sfamare non fosse un problema abbastanza grave di suo, il consumo di territorio è cresciuto a sua volta dello 0,5% all’anno negli ultimi cento anni.

La crescita incontrollata della popolazione ha, inevitabilmente, avuto un impatto importante sull’ambiente che ha portato ad una crescita esponenziale della devastazione, facendo salire il tasso di estinzione globale: un numero significativo di specie si è estinto nello spazio di soli quarant’anni, stando all’ultimo rapporto pubblicato dal WWF.

In media, abbiamo alzato la temperatura dell’atmosfera di circa 1 grado Celsius e abbassato il pH degli oceani di circa 0,1 unità.

Questo impatto non è solo di dimensioni monumentali. È senza precedenti per la rapidità con cui si è verificato. Significa che la biologia del nostro pianeta non ha avuto modo di adattarsi per rispondere alle modifiche ambientali, insomma, una sorta di selezione naturale accelerata di origine antropica cui la natura non ha potuto reagire altrettanto rapidamente.

Al di là dei numeri, la diversità biologica del mondo sta cambiando, attraverso il cambiamento evolutivo a livello sia interno che tra le specie“, dice Otto .

Le pressioni che influenzano questo spostamento nella biodiversità possono essere classificate in vari modi. La Otto mette da parte le pressioni selettive di selezione, quelle che avvengono naturalmente attraverso l’incrocio di nuove varietà oppure attraverso la nostra ingegneria genetica di allevamento, e si concentra su quelle che influenzano l’ambiente incidentalmente.

Ad esempio, semplicemente modificando fisicamente il paesaggio con nuove strutture, influenziamo il modo in cui gli animali si muovono, le piante crescono e il modo in cui i microbi proliferano. Ciò può avere un effetto drastico sul fatto che una specie sopravviva o svanisca o influenza in modo sottile le sue funzioni e morfologia.

“Per esempio, l’apertura alare delle rondini che risiedono in aree fortemente urbanizzate si è adattata ed evoluta per essere più corta, in modo di avere una maggiore manovrabilità a bassa quota volando tra strade e costruzioni. Si è trattato di una vera e propria selezione, infatti le rondini con le ali più lunghe sono sparite dalle aree urbanizzate”, spiega la Otto .

Oltre a modificare fisicamente l’ambiente attraverso la cementificazione e l’edificazione di strutture ed infrastrutture, abbiamo trapiantato forzatamente nuove specie vegetali ed animali in ambienti dove le barriere naturali, distanze, mari e montagne, una volta non avrebbero potuto diffondersi, creando problemi alle specie indigene ed alterando, ancora una volta, gli equilibri naturali dell’area.

E c’è anche la pressione che imponiamo ai territori con la caccia, la pesca , l’abbattimento di specie animali e vegetali infestanti, l’eliminazione sistematica dei parassiti che potrebbero infestare i nostri raccolti attraverso veleni che, spesso, permangono sul territorio e si diffondono attraverso il vento e l’acqua colpendo anche specie che non erano sotto mira. Non mancano esempi di specie perdute per sempre ma anche notevoli adattamenti alla presenza umana. La velocità con cui appaiono le nuove specie è ancora un po ‘un mistero.

Sappiamo ancora poco su come gli esseri umani hanno alterato il tasso di speciazione“.

Sulla possibilità di ripristinare l’ambiente, sono state fatte molte stime, le meno ottimiste suggeriscono che potrebbero volerci milioni di anni prima che alcuni aspetti della biodiversità tornino ad uno stato pre-moderno. Le più pessimistiche dicono che non sarà possibile ripristinare l’ambiente mentre le più ottimistiche sostengono che la natura saprà adattarsi e rispondere con un’adeguata spinta evolutiva.

Per quanto distruttivi, noi umani abbiamo anche contribuito in misura ragionevole ad aumentare la diversità genetica, sia dividendo le popolazioni che scavando nicchie in nuovi ambienti.

Tutto ciò si traduce in una questione di equilibrio della biodiversità nel lungo periodo. È possibile raggiungere una sorta di equilibrio su larga scala in questo nuovo scenario evolutivo? O le pressioni umane ci porteranno verso scenari sempre più drammatici e con crescenti difficoltà per gli equilibri ambientali?

Semplicemente non lo sappiamo. E, secondo la dottoressa Otto, questo è un problema: “come abbiamo visto con l’evoluzione della resistenza agli antibiotici, siamo in gradi di imporre la selezione e, quindi, l’evoluzione, ma rischiamo di non essere in grado di tenere testa ai cambiamenti che noi stessi provochiamo”, avverte.

Quando si parla di ambiente, ormai le notizie sono spesso spiacevoli. Ma il fatto che capiamo ancora così poco dell’impatto della nostra presenza massiccia sull’ambiente è qualcosa di cui dovremmo davvero preoccuparci.

Fonte: Proceedings of the Royal Society B .

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