Paradosso di Fermi: l’ipotesi “First in, Last out”

Perché non riusciamo a trovare gli alieni?

0
335
paradosso di Fermi

L’Universo è davvero immenso, ci sono miliardi di galassie ed in ogni galassia ci sono centinaia di miliardi di stelle con migliaia di miliardi di pianeti, molti dei quali sono, probabilmente, adatti ad ospitare la vita. E qui entra la domanda fondamentale con cui ci lambicchiamo da quando Enrico Fermi la formulò: dove sono tutti quanti?

In questa domanda c’è la sostanza del famoso paradosso di Fermi: perché, nonostante ci siano miliardi di stelle nella Via Lattea, la nostra galassia, per non parlare di tutte le altregalassie, non abbiamo mai visto alcun segno di una civiltà aliena avanzata?

Alcuni suggeriscono che gli alieni potrebbero essere in letargo o che qualcosa di misterioso impedisca la loro evoluzione. O forse semplicemente non vogliono avere niente a che fare con noi ?

L’anno scorso, il fisico teorico Alexander Berezin, della National Research University of Electronic Technology (MIET) in Russia, ha presentato la sua spiegazione del perché siamo apparentemente soli nell’Universo, proponendo quella che lui chiama la sua soluzione “First in, last out” per il paradosso di Fermi.

Secondo il documento di pre-stampa di Berezin, che non è stato ancora esaminato da altri scienziati, il paradosso ha una “soluzione banale, che non richiede assunzioni controverse” ma potrebbe rivelarsi “difficile da accettare, in quanto prevede un futuro per la nostra stessa civiltà è anche peggio dell’estinzione“.

Secondo Berezin, il problema con alcune delle soluzioni proposte in risposta al Paradosso di Fermi è che definiscono la vita aliena in modo troppo ristretto. “La natura specifica delle civiltà che si sviluppano a livello interstellare non dovrebbe avere importanza, scrive.

Potrebbero [essere] organismi biologici come noi, IA canaglia che si sono ribellate ai loro creatori, o menti distribuite su scala planetaria come quelle descritte da Stanislaw Lem in Solaris.

Naturalmente, anche cercando di avere una visione delle cose più elastica e più ampia non riusciamo ancora a individuare alcun segno della presenza di altre civiltà nell’universo.

Berezin sostiene che, allo scopo di risolvere il paradosso, l’unico parametro con cui dovremmo confrontarci, in termini di definizione della vita extraterrestre, è la soglia fisica con la quale possiamo osservare la sua esistenza.

L’unica variabile che possiamo oggettivamente misurare è la probabilità che la vita diventi rilevabile dallo spazio esterno entro un certo intervallo dalla Terra“, spiega Berezin.

“Per semplicità chiamiamolo ‘parametro A‘.”

Se una civiltà aliena non raggiunge in qualche modo il parametro A, che potrebbe essere lo sviluppo della capacità di effettuare viaggi interstellari, così come la capacità di trasmettere comunicazioni attraverso lo spazio, o con altri mezzi che potrebbero sfuggire alla nostra attenzione, potrebbe ancora esistere, ma non aiutarci a risolvere il paradosso.

La soluzione “First in, last out” che propone Berezin è uno scenario più cupo.

E se la prima vita in grado di raggiungere la capacità di viaggiare tra le stelle necessariamente sradicasse ogni competizione per alimentare la propria espansione?” Ipotizza Berezin. Questo non significa necessariamente che una civiltà extraterrestre altamente sviluppata cancellerebbe consapevolmente altre forme di vita – ma forse “potrebbe semplicemente non accorgersene, allo stesso modo in cui una ditta di costruzioni demolisce un formicaio per costruire un bene immobile perché completamente disinteresata a proteggerlo“.

Sostanzialmente, quindi, Berezin suggerisce che noi siamo le formiche, e la ragione per cui non abbiamo ancora incontrato gli alieni è semplicemente perché non siamo ancora capitati sulla loro strada e non ci hanno distrutto. Si sa, l’Universo è immenso e non capita tutti i giorni che due civiltà possano incontrarsi casualmente ma, quando capita, la civiltà inferiore viene, magari inconsapevolmente, distrutta da quella più avanzata, non sappiamo in che modo.

In realtà, Berezin sostiene che probabilmente noi non siamo formiche, ma i futuri caterpillar che con lo sviluppo della tecnologia finiremo per passare inconsapevolmente sopra a quegli stessi mondi civilizzati di cui oggi cerchiamo di provare l’esistenza.

Supponendo che questa ipotesi sia corretta, cosa significa per il nostro futuro?Si domanda Berezin.

L’unica spiegazione è l’invocazione del principio antropico: saremo i primi ad arrivare allo stadio [interstellare] e, molto probabilmente, saremo gli ultimi ad estinguersi“.

Per spiegare come potremmo inconsapevolmente sradicare ogni possibile civiltà meno avanzata della nostra Berezin utilizza come esempio il capitalismo del libero mercato, e ne aggiunge un altro in cui paventa il pericolo rappresentato da un’intelligenza artificiale (AI) senza vincoli sulla sua accumulazione di potere.

Una IA canaglia potrebbe, potenzialmente, popolare l’intero supercluster galattico con copie di sé stessa, trasformando ogni sistema solare in un supercomputer semplicemente perché potrebbe ritenere di doversi espandere all’infinito“, scrive Berezin. “Tutto ciò che conta è che può essere in grado di farlo“.

Questa ipotesi suggerita per risolvere il paradosso di Fermi rappresenta una prospettiva piuttosto terrificante, in fondo, potremmo essere i vincitori di una corsa mortale cui non sapevamo nemmeno di gareggiare, o come diceva Andrew Masterson sulla rivista Cosmos , “siamo la risoluzione paradossale resa manifesta“.

Berezin ammette che spera di sbagliarsi su questo, e vale la pena notare che molti altri scienziati hanno opinioni molto più ottimistiche sulla possibilità che riusciremo, in tempi più o meno brevi, ad avere le prove dell’esistenza di civiltà aliene nell’universo.

Resta che questa opinione espressa da Berezin è solo l’ultima affermazione scientifica del perché potremmo essere destinati a guardare le stelle come occhi solitari nel tempo e nello spazio.

Come sosteneva Sir A. C. Clarke, “l’idea di essere soli nell’universo è altrettanto spaventosa dell’idea che potremmo non esserlo“.

Fonte: arXiv.org.