Al via i lavori di rimozione del sarcofago intorno al reattore numero 4 di Chernobyl

Il sarcofago intorno al reattore numero 4 di Chernobyl sta cedendo e la fuoriuscita delle radiazioni verrà affidata all'enorme guscio costruito in Italia posto tutto intorno all'impianto

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Il guscio di sicurezza posto a protezione del sarcofago realizzato nell'immediato intorno al reattore numero 4. Il sarcofago sta ora cedendo
Il guscio di sicurezza posto a protezione del sarcofago realizzato nell'immediato intorno al reattore numero 4. Il sarcofago sta ora cedendo

L’incidente della centrale nucleare di Chernobyl è probabilmente uno dei peggiori disastri nucleari della storia.

Il 26 aprile 1986, il nucleo di uno dei reattori nucleari dell’impianto si ruppe durante un normale test di sicurezza, inviando una grande nuvola di materiale radioattivo nell’aria. L’esplosione e i successivi incendi favorirono la diffusione nell’ambiente della contaminazione che si diffuse in tutta Europa, ma la maggiore contaminazione rimase sotto il reattore numero 4, quello danneggiato nell’incidente.

Meno di due mesi dopo il disastro, furono impiegati circa 600.000 addetti alla decontaminazione per costruire un “sarcofago“, una spessa copertura di cemento armato, attorno al reattore per bloccare la fuoriuscita di materiali radioattivi come il corio, l’uranio e il plutonio.

L’opera espose molti dei lavoratori a livelli pericolosi di radiazioni e almeno 31 persone morirono per malattia acuta da radiazioni.

La copertura era progettata per essere robusta (400.000 metri cubi di cemento e circa 16 milioni di libbre di acciaio) ma la costruzione fu fatta in fretta. Si lavorò in fretta per limitare l’esposizione dei lavoratori alle radiazioni ma questo causò troppe approssimazioni e non si riuscì a sigillare completamente l’edificio.

Rimasero crepe nei soffitti, ad esempio, che permisero all’acqua piovana di filtrare e di corrodere l’interno.

Ora, l’intero sarcofago deve essere smantellato prima che precipiti.

La società ucraina che gestisce l’impianto di Chernobyl, la SSE Chernobyl NPP, ha comunicato in una dichiarazione diffusa online che le valutazioni di esperti hanno rivelato che il sarcofago ha una “altissima” probabilità di collasso. Solo la gravità sta tenendo la struttura legata ai suoi blocchi di supporto, secondo quanto affermato la compagnia.

Quindi, il 29 luglio, ha firmato un contratto da 78 milioni di dollari con una società di costruzioni per smantellare il sarcofago entro il 2023. L’operazione prevede di rinforzare la struttura smontando e sostituendo le sue parti, mentre quelle smontate (con l’aiuto di gru robotizzate) verranno ripulite e spedite in appositi centri per il riciclaggio o lo smaltimento.

La rimozione di ogni elemento aumenterà il rischio di collasso della volta che a sua volta causerà il rilascio di grandi quantità di materiali radioattivi“, ha comunicato la società in una nota.

In ogni caso, il sarcofago originale si trova racchiuso all’interno di un guscio composto da 32.000 tonnellate di cemento le cui parti furono assemblate in Italia e consegnate tramite 18 navi e 2.500 camion mettendo la struttura in sicurezza relativamente al pericolo di nuove fughe radioattive.

Il guscio completo, noto come struttura di Nuovo Confinamento Sicuro, è stato portato nella sua posizione finale nel 2016, ed è diventato il più grande oggetto terrestre mai mosso dagli umani. La nuova struttura, è stata rivelata al pubblico lo scorso luglio.

Si prevede che l’area dovrà restare confinata per un altro secolo. Nel frattempo, completato lo smantellamento del sarcofago, inizierà la gigantesca opera di bonifica delle scorie radioattive che rimangono ancora nel reattore numero 4.

Il processo prevede l’aspirazione delle particelle radioattive e l’eliminazione della miscela di “lava” formatasi quando i sovietici scaricarono sabbia, piombo e boro nel reattore in fiamme.

Si prevede che questi sforzi dureranno fino al 2065. A quel punto, gli scienziati stimano che le radiazioni liberate dall’incidente avranno provocato oltre 40.000 casi di tumore.

Fonte: Washington Post