Il supervulcano dei Campi Flegrei

Uno dei più pericolosi supervulcani del mondo lo abbiamo in "casa", nella zona dei Campi Flegrei e minaccia la sicurezza di oltre 600.000 persone

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Caldera Campi Flegrei

Che cosa hanno in comune il Parco di Yellostowne (negli USA), i Campi Flegrei (Campania) e il lago Toba in Indonesia?

Sono tutti supervulcani.

Un supervulcano è una di quella dozzina di caldere presenti sulla superficie terrestre che arrivano ad avere un diametro di qualche decina di chilometri.
Il termine supervulcano deriva da una trasmissione scientifica divulgativa della BBC e si riferisce al risveglio di queste grandi caldere, che producono gigantesche eruzioni vulcaniche, tali da modificare radicalmente il paesaggio locale e condizionare pesantemente il clima a livello mondiale per diversi anni, con effetti potenzialmente cataclismatici sulla vita stessa del pianeta.

La grande caldera dei Campi Flegrei si estende per buona parte del Golfo di Pozzuoli, coprendo un’area in cui si stima che vivano almeno 600.000 persone.
Con più di venti piccoli crateri, si tratta di uno dei supervulcani più pericolosi del mondo tanto che è costantemente monitorato dal “Campi Flegrei Deep Drilling Project”, coordinato dall’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).

Attualmente, la grande caldera dei Campi Flegrei è sotto osservazione per avere prodotto dal 2005 a oggi un innalzamento del suolo di circa 40 centimetri, mentre il magma è risalito fino a 3-4 chilometri dalla superficie. Il sollevamento del suolo è uno dei fenomeni che possono anticipare un’eruzione catastrofica dei super vulcani.

Già nel 1983 si registrarono due seri episodi di bradisismo che sollevarono il porto di Pozzuoli di quasi due metri. Tanto che nel 1983 si reputò prudente evacuare i 40.000 abitanti della città.

L’ultima eruzione della caldera dei Campi Flegrei conosciuta in epoca storica è quella avvenuta tra il 29 settembre e il 6 ottobre 1538 che distrusse il villaggio medievale di Tripergole e mise in fuga la popolazione locale, inoltre portò alla formazione del Monte Nuovo.

I programmi di monitoraggio e gli studi correlati sono indispensabili per riuscire a costruire modelli previsionali in grado di dare il tempo sufficiente per avviare i processi di evacuazione in una zona densamente abitata e con enormi problematiche logistiche ed infrastrutturali.

Purtroppo, ad oggi, la possibilità di allertare la popolazione in caso di eruzione del supervulcano è limitata a poche ore prima dell’evento e questo rende estremamente problematici l’esecuzione di piani di evacuazione in una zona a forte densità demografica.

Secondo studi riservati, uno dei quali risale al 31 dicembre del 2012,  le maggiori difficoltà derivano proprio dall’imprevedibilità del fenomeno di cui sappiamo soltanto con certezza una cosa ovvero che prima o poi si verificherà.

Gli scenari delineati sono quattro. Eruzione esplosiva, eruzione multipla, esplosione freatica, eruzione effusiva. Tutti potenzialmente catastrofici.

E come se non bastasse, la concreta previsione di un fenomeno altrettanto devastante, vista “la possibile generazione di un maremoto nel caso di attività in mare o in prossimità della costa”.