La peste nera

Eziologia e storia del batterio più letale della storia dell'umanità

A slide image of the plague flea - Xenopsylla cheopis cheopis (Rothschild, 1903). A non-type male. Country of collection: Morocco. Year of collection: Not Specified.

Tra le più letali  pandemie della storia dell’umanità la peste è quella che in passato ha avuto l’impatto  più devastante sulla  società  umana.

La Yersinia pestis è un batterio a forma di bastoncello, unicellulare, lungo circa due micrometri (per capirci circa un decimo del diametro di un capello). E’ statico, privo di qualunque mezzo di propulsione. Un batterio come tanti, che è stato scoperto dal batteriologo svizzero-francese Alexandre Yersin nel 1894 e battezzato con il nome odierno negli anni sessanta del Novecento.

Tutti gli animali ospitano (uomo compreso) migliaia di batteri, molti dei quali innocui per l’organismo ospitante. Le Yersinia Pestis infestano letteralmente le marmotte delle steppe dell’Asia centrale senza per questo provocare svantaggi al simpatico roditore. Peccato che queste marmotte o meglio il loro sangue sia uno dei pasti più golosi per la Xenopsylla cheopsis, una pulce del ratto orientale.

Attraverso questa pulce la Yersinia, agente eziologico della peste, viene inoculato ad altri ospiti più sfortunati, soprattutto se si tratta di un essere umano. In questo caso le cose si mettono davvero male. Di norma la pelle è la prima difesa contro le infezioni, ma la Yersinia ha già sfondato la barriera inducendo la pulce a trafiggerla per potersi nutrire e poi facendole rigurgitare le cellule infette direttamente dentro l’organismo ospite. A questo punto il bacillo della peste inizia una serie di attività volte a proteggere il suo ciclo vitale a spese del ciclo vitale dell’ospite infetto.

Il batterio attiva dei geni che producono delle proteine che aderiscono alle cellule epiteliali, ossia alle cellule presenti in tutte le mucose – nell’intestino, nella bocca, nel rivestimento dei vasi sanguigni –, e le invadono; produce anche proteine che ostacolano la fagocitosi, il processo con cui le nostre grandi cellule immunitarie chiamate macrofagi letteralmente ingoiano e digeriscono gli invasori. Addirittura inducono i macrofagi ad una sorta di suicidio.

Quindi prospera e prolifera nei linfonodi dell’ospite umano. Una volta fatti fuori i macrofagi si innesca un effetto domino sul sistema immunitario, che si indebolisce ulteriormente. Dal dolore e dalla febbre si passa alle emicranie invalidanti e il corpo si gonfia. La morte delle cellule dei vasi sanguigni fa sì che alle estremità non giungano più ossigeno e nutrienti e man mano che le cellule delle dita dei piedi e delle mani muoiono, le estremità si fanno necrotiche, diventano nere e iniziano a trasudare pus: inizia la gangrena.

Se l’infezione si attacca ai polmoni la vittima è in grado di infettare per via aerea altre persone, se invece riguarda il sistema circolatorio, con tutta una serie di caratteristiche catastrofiche a livello cellulare, come nel caso della forma bubbonica e di quella polmonare, se non trattata anche la peste setticemica provoca la morte.

La peste al giorno d’oggi non è stata completamente debellata ma fortunatamente esistono protocolli sanitari che con un’opportuna terapia antibiotica, se presa in tempo, portano alla guarigione della persona infetta. Tutt’altra cosa invece nei secoli precedenti, mai malattia è stata in grado di cambiare profondamente l’esito della storia come la peste.

La prima devastante epidemia si diffonde al crepuscolo dell’Impero Romano, nel VI secolo con epicentro Costantinopoli. Sul trono dell’Impero Romano d’Oriente regnava dal 441 Giustiniano, l’epidemia durò soltanto un anno ma fu una vera e propria apocalisse. Secondo lo storico Procopio le vittime raggiungevano le 10.000 al giorno, anche se studi più recenti dimezzano quella che rimane comunque una cifra spaventosa. Nel corso dell’epidemia che si diffuse in gran parte del continente europeo si contarono qualcosa come 25 milioni di morti.

Ecco come Procopio descrive i sintomi di una vittima nel porto egiziano di Suez, nel 542“…vedevano formarsi un bubbone non soltanto in quella parte del corpo che è sotto l’addome ed è chiamata inguine, ma anche sotto le ascelle, e in qualche caso anche dietro le orecchie o in un punto qualsiasi delle cosce. […] Sezionato un certo numero di bubboni, [i medici] scoprirono che nel loro interno si era formata una specie di carbonchio purulento. Alcuni morivano subito, altri molti giorni dopo, e in certi casi fiorivano in tutto il corpo delle pustole nerastre grosse come lenticchie. Questi non rimanevano in vita nemmeno un giorno, ma morivano immediatamente”.

Contrariamente a quanto pensava lo storico romano il bacillo non proveniva dall’Egitto ma dalle steppe dell’Asia Centrale attraverso la Via della Seta. Il ritrovamento di 19 denti vicino a Monaco di Baviera con la conseguente analisi del DNA ci ha permesso di risalire ai commerci con la lontana Cina per quanto riguarda l’arrivo del veicolo infettivo di quella che fu una vera e propria epidemia di peste bubbonica.

E sempre dall’Est arrivò in Inghilterra la cosiddetta Peste Nera diversi secoli dopo. Tra il 1348 ed il 1350 Londra perse un terzo dei suoi abitanti. Secondo certe stime morivano 200 persone al giorno, e così la zona di East Smithfield di Londra fu scelta in fretta e furia come luogo di sepoltura per migliaia di cadaveri.

Associando la ricerca storica con quella genetica è stato possibile ricostruire il percorso del batterio in cinque anni: dalla Russia a Costantinopoli, e da qui a Messina, Genova, Marsiglia, Bordeaux e infine Londra. Da ognuno di quei porti la peste poté irradiarsi lentamente verso l’interno del continente, mietendo nel suo cammino circa cinque milioni di vite umane. Esattamente come nell’Impero Bizantino 600 anni prima, nei secoli successivi al Trecento le ondate epidemiche si abbatterono una dopo l’altra, e la pandemia fu definitivamente sgominata solo dopo il grande incendio di Londra del 1666.