Il cervello di Einstein e le cellule gliali

L'incredibile vicenda dell'asportazione del cervello del grande scienziato di Ulm ed alcune considerazioni sulle cellule gliali

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Il 15 aprile 1955 Einstein, che aveva 76 anni, fu ricoverato al Princeton Hospital per un aneurisma dell’aorta addominale che, secondo i medici, rendeva necessario un intervento chirurgico. Lui lo rifiutò, e in seguito a un’emorragia interna tre giorni dopo morì.

Secondo la sua volontà e quella dei suoi familiari, il suo corpo fu cremato e le ceneri furono sparse lungo la riva del fiume Delaware nella città di Trenton, New Jersey ma prima di questo nonostante le cause della morte fossero ampiamente note, la salma di Einstein fu sottoposta da autopsia.

L’esame autoptico fu eseguito dal dottor Thomas Harvey, un patologo del Princeton Hospital che, pare senza alcuna autorizzazione, asportò il cervello del geniale fisico tedesco per sottoporlo a futuri studi. Questa incredibile vicenda emerse quasi subito sulla stampa del tempo ma del cervello di Einstein si persero le tracce per oltre un ventennio.

Dobbiamo arrivare al 1978 ed alla caparbietà e determinazione di un giovane giornalista, l’allora ventisettenne Steven Levy che dopo una lunga inchiesta giornalistica, riuscirà a rintracciare il dott. Harvey, ormai sessantaseienne, che si era ritirato a Wichita, nel Kansas. Finalmente Levy riesce a fissare un appuntamento con il dottor Harvey che dopo qualche esitazione racconta al giornalista cosa aveva fatto dopo aver asportato il cervello dal corpo di Einstein.

Harvey scattò alcune fotografie al cervello appena asportato: non c’erano alterazioni anatomiche né variazioni evidenti rispetto alla norma, e il cervello pesava circa 1,2 chilogrammi. Dopo aver scattato le fotografie, Harvey lo conservò all’interno di un barattolo di formaldeide e guidò fino a Philadelphia, a circa 75 chilometri dal Princeton Hospital, con quel barattolo in macchina. Lì, all’Università della Pennsylvania, si trovava uno strumento piuttosto raro all’epoca, un microtomo, utilizzato per sezionare campioni di tessuto.

Una porzione del cervello fu sezionata e conservata in piccoli pezzi di celloidina, una sostanza trasparente – simile alla gelatina – utilizzata in microscopia per l’inclusione di preparati da studiare; altre parti furono conservate in vetrini; e un’altra parte non fu sezionata affatto. Campioni di quei tessuti, spiegò Harvey a Levy, furono spediti ad alcuni esperti in diverse parti degli Stati Uniti, perché venissero compiute analisi approfondite che però non portarono a molto, anche per le insufficienti conoscenze degli anni Cinquanta nel campo delle neuroscienze.

Con un certo sgomento del giovane giornalista, Harvey mostrò un barattolo di vetro al cui interno si trovava “una massa di materia rugosa a forma di conchiglia, un pezzo di materia grigia spugnosa, e alcuni cordoncini rosati simili a del filo interdentale spesso”. Era un frammento del cervelletto di Einstein.

In seguito all’articolo pubblicato da Levy e che suscitò un grande scalpore, alcuni noti ricercatori tra cui la neuroscienziata Marion Diamond, allora docente alla Berkeley University. condussero delle indagini con le conoscenze e le metodiche dei tardi anni Settanta su alcuni campioni del cervello del padre della relatività generale. Quello che emerse fu un apparente più alta concentrazione di cellule gliali rispetto alla norma.

I neuroni non sono infatti le uniche cellule del nostro cervello il resto è composto da un’altra categoria di cellule, chiamate glia o neuroglia (dal greco γλοία, “colla”). Oggi sappiamo che le cellule gliali fanno parecchi mestieri diversi. È vero, come si riteneva un tempo, che sostengono e circondano i neuroni e li tengono al loro posto. Ma si occupano anche di nutrirli e di ossigenarli. Come se non bastasse costruiscono la guaina mielinica che regola la trasmissione del potenziale d’azione lungo gli assoni. E certamente fanno le spazzine, visto che tengono alla larga gli agenti patogeni e fagocitano i neuroni non più attivi. Recenti studi attribuiscono alle glia anche la capacità di comunicare fra loro per via chimica.

Secondo una stima recente il rapporto tra neuroni e glia è di circa 1 ad 1 ma con significative differenze tra area ed area del cervello. Le cellule gliali nella corteccia cerebrale, la parte del cervello che più divide gli Homines sapientes dalle altre specie, sono quasi quattro volte più numerose dei neuroni. E nella materia bianca della corteccia, dove si trova la maggioranza di assoni mielinati, le neuroglia sono davvero dieci volte più numerose dei neuroni.