La fine dello Yeti

Dopo due secoli di avvistamenti e leggende, una ricerca ha messo la parola fine sull'esistenza dell'abominevole uomo delle nevi

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Yeti

Lo Yeti, insieme al Bigfoot ed al mostro di Loch Ness, resta tra le leggende più diffuse e durevoli circa l’esistenza di misteriose e spaventose creature che hanno turbato la fervida immaginazione di intere generazioni.

Nelle  innumerevoli descrizioni di presunti contatti con questa leggendaria creatura, lo yeti viene  descritto  come un grosso animale, con analogie con le scimmie, che vive sull’Everest o comunque nella regione dell’Himalaya. Si tratterebbe di un essere di altezza compresa tra 1,80 e 2,40 metri per le femmine e dai 2,30 ai 3,15 metri per i maschi, ricoperto di una folta pelliccia bianca o argentata. Avrebbe una lunga capigliatura e braccia lunghe fino alle ginocchia. Il primo a riferire dell’esistenza di una creatura pelosa e senza coda, simile ad un uomo, è stato R. R. Hodgson, magistrato britannico, in Nepal dal 1820 al 1843. 

Le prime impronte dello Yeti furono scoperte in Tibet dal maggiore L.A. Waddell nel 1889 a più di cinquemila metri di quota.  Da allora gli avvistamenti  si sono susseguiti a decine nel  corso del tempo.

Purtroppo per gli amanti del mistero, il mito dello yeti è ufficialmente “deceduto”.

Secondo uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Buffalo, negli Stati Uniti, della Nanyang Technological University a Singapore e di altri centri,  pubblicato a fine 2017, che hanno analizzato il DNA ricavato da campioni del presunto yeti provenienti da musei, monasteri e collezioni private,  la misteriosa creatura che saltuariamente veniva avvistata nella regione dell’Everest non è altri che il rarissimo orso bruno dell’Himalaya.

Questo animale, ormai praticamente prossimo all’estinzione, era già sospettato di essere la misteriosa creatura che fa parte della cultura e delle credenze popolari delle popolazioni locali dell’Himalaya, entrata ormai anche nell’immaginario collettivo della cultura mondiale.

Per operare i confronti genetici che hanno “smascherato” la vera identità dell’abominevole uomo delle nevi i ricercatori hanno anche analizzato il genoma mitocondriale raccolto da 23 orsi asiatici, e sfruttato le banche dati con i genomi degli orsi delle altre parti del mondo.

Da questa analisi è risultato che, mentre gli orsi bruni tibetani hanno una stretta parentela con gli orsi nordamericani ed eurasiatici, gli orsi bruni dell’Himalaya appartengono a un lignaggio nettamente distinto, separatosi dagli altri circa 650.000 anni fa, durante un periodo di glaciazione.

A questo punto ci aspettiamo in un prossimo futuro che si faccia luce anche sul mostro di Loch Ness, sul Bigfoot e sul bunyip, il mostro lacustre che abiterebbe nelle paludi del continente australiano.

Una perdita per i romantici del mistero, una grande soddisfazione per la scienza.