Il delitto perfetto di Diabolich

Il cadavere di un uomo assassinato fu rinvenuto la sera di mercoledì 26 al pianterreno di uno stabile di via Fontanesi 20, poco distante dal fiume: il corpo era quello del ventisettenne Mario Giliberti, originario di Lucera (Foggia) trasferitosi da poco più di un anno a Torino dove aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat.

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Lunedì 24 febbraio 1958 la redazione di un quotidiano torinese ricevette una strana telefonata. Una voce d’uomo, un po’ rauca e senza accento piemontese, chiedeva di parlare “con il direttore o con un’altra persona molto importante”. Quando finalmente gli passarono un cronista disse: “Ho ucciso uno in via del Po”. “Dove, dove?” chiese il cronista. “Vicino al Po, cercate e troverete il cadavere”, rispose l’uomo e troncò la comunicazione. La polizia, avvertita, svolse subito indagini nella zona del Po, i vigili del fuoco dragarono il fiume senza trovare niente. Si pensò ad un macabro scherzo.

Il cadavere di un uomo assassinato fu rinvenuto, invece, la sera di mercoledì 26 al pianterreno di uno stabile di via Fontanesi 20, poco distante dal fiume: il corpo era quello del ventisettenne Mario Giliberti, originario di Lucera (Foggia) trasferitosi da poco più di un anno a Torino dove aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat.

Giovedì 27, alla polizia e al quotidiano che aveva ricevuto la misteriosa telefonata pervennero due copie di una lettera scritta a mano in stampatello. Diceva:

“Caro Ispettore, (Caro Direttore nella copia inviata al giornale)

Sono venuto da lontano per via di compiere il mio delitto, da non confondersi con uno qualsiasi. Ho studiato la cosa perfetta, in modo da non lasciare traccia neanche di un ago. Con il delitto è cessato insieme l’odio per lui. Questa sera parto, ore 20. Un tempo io e la vittima eravamo molto amici e portavamo la divisa insieme. Poi lui mi tradì come fossi un cane. Oggi stava bene, così la mia vendetta lo ha raggiunto. Spero che scoprirete il suo cadavere prima che diventi marcio. Leggendo attentamente troverete con precisione dove è stato compiuto il mio delitto perfetto”.

La lettera recava la firma Diabolich e risultava spedita martedì, almeno dodici ore prima che venisse scoperto il delitto. Leggendo le ultime sillabe delle prime sei righe si otteneva l’indicazione esatta del luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere del Giliberti: il mittente non poteva essere che l’assassino.

Sabato 1 marzo, la stessa voce rauca telefonava alla redazione del giornale. “Sono quello che sapete”, diceva. “State attenti a quello che pubblicate, se no…”. La minaccia era più che palese. Nel frattempo infatti la polizia e i giornali avevano scoperto che uno dei tanti romanzi economici che si potevano acquistare a poco prezzo nelle edicole, intitolato Uccidevano di notte, narrava tra l’altro le imprese di un certo Diabolic autore di una catena di delitti perfetti.

Nel romanzo c’era tutto: le circostanze del delitto, la scelta dell’arma, la telefonata al giornale e perfino una parte del testo della lettera.

Le indagini dei giorni successivi rivelarono nuove, sorprendenti analogie. Mario Giliberti era stato rinvenuto cadavere nella sua abitazione (un ex negozio con retrobottega cedutogli da uno zio calzolaio) sdraiato sul letto e avvolto in un lenzuolo, due coperte e un cappotto. Sul corpo si notavano undici ferite da arma da taglio, probabilmente un trincetto da calzolaio, forse trovato tra gli attrezzi abbandonati nell’ex negozio. L’idea di utilizzare un’arma trovata sul luogo apparteneva al romanzo.

C’era di più: il protagonista di Uccidevano di notte telefonava con voce contraffatta proprio come l’uomo che aveva chiamato la redazione del giornale. Diabolic usava per le sue lettere-sfida una carta carbone colore viola e viola era quella adoperata dal suo emulo. Nel romanzo, infine, il delitto veniva scoperto dopo due settimane; nel caso di via Fontanesi l’autopsia aveva stabilito che la morte del Giliberti doveva risalire a una decina di giorni, o più precisamente alla notte del 14 febbraio quando il giovane era stato visto per l’ultima volta vivo. Nel romanzo si leggeva inoltre: “Mia preoccupazione sarà di preordinare gli indizi, di precostituire circostanze che vi indurranno a seguire false piste”.

La polizia però non si accontentò di queste deduzioni. Gli ex-commilitoni del Giliberti (che si era raffermato sei anni, congedandosi poi con il grado di sergente) furono ricercati a uno a uno: si svolsero indagini sui suoi parenti residenti a Torino, si interrogarono i suoi amici. Si svolse un’inchiesta anche sulla fidanzata della vittima, una ragazza di 24 anni che abitava a Lodi. La lettera di Diabolich, dove c’era una postilla aggiunta al testo in stampatello con grafia normale, fu sottoposta a perizia calligrafica.

Le indagini furono però ostacolate proprio dalla personalità dell’ucciso. Mario Giliberti era un uomo taciturno, che viveva appartato, non faceva facilmente amicizia, non si confidava mai con nessuno. Era noto come un giovane onesto, parsimonioso e lavoratore. Le informazioni fornite dalle autorità militari e dai suoi datori di lavoro erano eccellenti. La sua vita sembrava essere trascorsa nella più perfetta normalità: poche settimane prima di morire, Mario aveva scritto alla fidanzata dicendole che desiderava anticipare la data delle nozze.

Per alcuni giorni le indagini seguirono piste occasionali. Qualcuno aveva visto una donna bussare alla porta del Giliberti: la ragazza fu rintracciata, ma risultò del tutto estranea al delitto. Due uomini dichiararono di aver udito, passando la sera del 14 febbraio davanti allo stabile di via Fontanesi, un grido di aiuto rivolto ad un certo Valerio. La polizia scoprì tra i conoscenti del Giliberti un giovane che si chiamava Valerio e lo interrogò, anche questa volta senza risultati.

Finalmente, domenica 2 marzo, si poté compiere un passo avanti: in base alle perizie grafologiche la polizia fermò il ventisettenne Aldo Cugini, un ex compagno d’armi del Giliberti, che abitava a Bergamo. Il Cugini negò ogni addebito, ma la sua scrittura (che secondo gli esperti rivelava “sorprendenti somiglianze” con quella di Diabolich) sembrava indiziarlo. Le indagini avevano portato a lui perché tra le carte trovate nella stanza dell’assassinato c’era anche una fotografia raffigurante i due amici, con dedica del Cugini. L’ordine di cattura spiccato per il giovane bergamasco era così motivato: “… in quanto sussiste pressoché assoluta corrispondenza fra la grafia dell’imputato e la grafia di colui che mandò ad un giornale della città la lettera in cui si dichiarava autore del delitto”.

C’era però una circostanza abbastanza incoerente: si accertò che dall’abitazione erano scomparse due sveglie, un orologio di metallo, un bracciale d’oro e una somma di circa 20.000 lire. Si trattava dunque di un omicidio commesso a scopo di rapina, e poi presentato come una vendetta per stornare i sospetti, oppure un delitto per vendetta “camuffato” da rapina? Nel primo caso era difficile immaginare che il benestante Cugini avesse compiuto il viaggio da Bergamo a Torino per derubare un amico molto più povero di lui; nel secondo caso occorreva stabilire quale motivo di odio o di rancore potesse esistere fra i due.

Intanto nell’atmosfera di Torino cominciò a formarsi la psicosi del delitto che un pazzo omicida poteva commettere da un momento all’altro contro chiunque. Ai giornali cominciarono ad arrivare lettere in cui l’assassino, o chi per lui, prometteva altri delitti perfetti, con frasi come: “Vi rendo noto che senza fallo un secondo intervento farà la mia lama…” oppure “Un altro amico cadrà…”

I primi a cadere in preda al panico furono ovviamente le persone più emotive e impressionabili. La mattina di giovedì 13 marzo – il giorno che era stato indicato da Diabolich per un suo delitto – una signora telefonò alla Volante con voce concitata: “Per carità, correte in corso Regio Parco 32, mio marito è stato ucciso da Diabolich”. La polizia si precipitò, sfondò la porta dell’alloggio che le era stato indicato, trovò l’ingresso deserto: la maniglia della porta di una stanza chiusa a chiave dall’esterno si mosse energicamente. Gli agenti l’aprirono e si trovarono davanti il marito della donna che aveva telefonato. Sua moglie, uscendo per la spesa, lo aveva inavvertitamente chiuso dentro alla stanza, poi si era ricordata di qualche cosa che doveva dirgli e aveva telefonato a casa: lui non aveva risposto e lei aveva pensato subito che lo avesse ucciso Diabolich.

La psicosi generale ricevette un ulteriore vigoroso impulso nella serata dello stesso 13 marzo. In via Bertola 4, uno stabile centralissimo, proprio di fronte alla sede del giornale al quale Diabolich inviava le sue missive, al quarto piano c’era stata fino a un mese e mezzo prima un’agenzia giornalistica poi trasferita altrove. Alle 19.30 un falegname e un fattorino si erano recati in quell’appartamento per ritirare le ultime cose rimaste. La porta di uno stanzino era chiusa dall’esterno con una sbarra, i due l’aprirono e si trovarono davanti uno spettacolo raccapricciante: un cadavere giaceva sul pavimento.

I due si precipitarono in strada, chiamarono i soccorsi, arrivò la Volante. La notizia si diffuse, fece il giro della città in pochi minuti, il centralino della questura e quello del giornale vennero tempestati di telefonate: “È vero che Diabolich ha ucciso un altro uomo?”, “Diabolich è stato arrestato?”, “Chi è Diabolich?”

Anche se il giorno successivo la polizia precisò che il defunto era un “barbone”, un tal Giuseppe Gavosto di 57 anni da Crescentino, che la sua morte risaliva ad un mese prima probabilmente mentre dormiva nell’appartamento vuoto e che era stata determinata da crisi cardiaca, che lo stanzino era stato chiuso dall’esterno da qualcuno che non si era accorto della sua presenza, il nome del fantomatico assassino era ormai diventato il simbolo del mistero e della minaccia nascosta.

Il pubblico dimenticò persino che, per la polizia, il presunto assassino era già in carcere dal due marzo.

Malgrado ciò le lettere continuavano ad arrivare: il 15 marzo ne arrivò una ad un giornale con due gruppi di lettere: “etturoomlisedispaiseegalonsasènemteiolec” e “ducomiroernnclolveiuamiiclanhodaece”. Ovviamente gli appassionati di enigmistica si gettarono con passione a tentare di anagrammarli, così che in questura arrivò la telefonata di un signore allarmatissimo che chiedeva la protezione della polizia: “E perché?” “Perché io sono Eliseo Lesseri”. “E con questo?”, “Ma come, non avete decifrato il primo gruppo di lettere? Significa: Eliseo Lesseri, aspetti molto sangue domenica. Mi avanza una “e” ma io ho paura lo stesso”.

Aldo Cugini, intanto, aveva potuto dimostrare che, il giorno dell’omicidio, lui si trovava a Orzinuovi per affari (lavorava come rappresentante per l’azienda del padre, un commerciante di materiali edili) e le indagini subito svolte presso i suoi clienti lo avevano confermato; era rincasato alle 17 e si era recato a far visita alla fidanzata che abitava a Bergamo.

Anche per l’altra giornata sulla quale si appuntava l’attenzione della polizia Cugini aveva un alibi perfetto: si trovava a Vercelli da un suo cliente, che ovviamente confermò tutto.

Queste prove avrebbero dovuto farlo scarcerare immediatamente, ma non fu così. Gli inquirenti sostenevano che gli altri biglietti, quelli con i giochi enigmistici, li aveva scritti lui in carcere, facendoli spedire poi da qualcuno non si sa come.

La polizia sosteneva che il Cugini fosse stato visto a Torino nei giorni del delitto, e il giovane fu messo a confronto con tre testimoni.

Uno di questi, davanti a lui, confermò di averlo visto passare sotto i portici di Porta Nuova, cioè in uno dei punti di maggior transito pedonale della città. L’avvocato del Cugini, presente al confronto, gli chiese: “Ma lei lo aveva visto altre volte in precedenza?” “No,” fu la risposta, “era la prima volta”. “E lei, guardando la fotografia di uno sconosciuto,” ribatté l’avvocato, “è sicuro che lo vide in un determinato giorno fra migliaia di altri passanti sconosciuti?”. L’uomo rimase esitante, poi disse. “Mi sembra di averlo visto, ma posso anche sbagliarmi”. 

Poiché il giudice istruttore aveva respinto la domanda di scarcerazione, gli avvocati del Cugini tentarono la via del ricorso, che rese necessaria una controperizia di parte. Il perito scelto dai difensori contraddisse ogni affermazione dei consulenti del tribunale, dimostrando che centinaia di giovani scrivevano come lui scriveva, per cui anche la loro calligrafia poteva essere scambiata per quella di Diabolich.

L’avvocato generale della Procura, esaminando i motivi del ricorso, concluse che non si poteva tenere un uomo in stato di detenzione soltanto per una rassomiglianza di calligrafie, e Cugini fu scarcerato.

Perché ci si accanì così tanto su Cugini?

Si parlò, all’epoca, di una amicizia particolare tra lui e Giliberti (sospetto non suffragato, a quanto pare, da nessuna prova), in base alla famosa fotografia con dedica, scattata, oltretutto, dalla fidanzata del Cugini; possiamo anche immaginare che la pressione dell’opinione pubblica, della psicosi che si era creata a Torino intorno alla figura dell’assassino misterioso, abbia forzato la mano della polizia spingendola a trovare un colpevole ad ogni costo.

Una cosa strana è che nella foto incriminata c’era anche un altro commilitone di Giliberti e Cugini, e che a detta degli altri militari della caserma i tre stavano sempre insieme, ma questa persona non fu cercata né interrogata.

Piano piano, come sempre succede, la psicosi passò e il delitto di via Fontanesi venne dimenticato ed è tuttora impunito.

Nel novembre del 1962, cioè quattro anni dopo il terribile delitto, le sorelle milanesi Angela e Luciana Giussani crearono il fortunato fumetto Diabolik, e pare che l’ispirazione per battezzare così il protagonista sia venuta proprio dal delitto di Torino.