Tunguska, cosa sappiamo 112 anni dopo la grande esplosione

Dopo 112 anni la scienza non è ancora riuscita a dare una risposta definitiva ad uno degli eventi più distruttivi mai registrati dall'uomo

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il lago cheko, possibile punto d'impatto dell'evento di Tunguska

Nelle prime ore del 30 giugno 1908, qualcosa esplose nel cielo sopra il fiume Stony Tunguska in Siberia, abbattendo al suolo circa 80 milioni di alberi su un territorio di oltre 1200 chilometri quadrati. Molte migliaia di persone in un raggio di 1500 chilometri osservarono quello che fu chiamato l’evento di Tunguska e più di 700 testimonianze furono raccolte successivamente.

I rapporti descrivono una palla di fuoco nel cielo, luminosa come un secondo sole, e una serie di esplosioni “con un suono spaventoso“, seguite da scuotimenti del terreno come se “la terra stesse per spaccarsi e far precipitare tutto nell’abisso.”

Gli indigeni Evenka e gli Yakut credettero che un dio o uno sciamano avesse mandato la palla di fuoco per distruggere il mondo. Varie stazioni meteorologiche in Europa registrarono sia le onde sismiche che quelle atmosferiche. Giorni dopo, furono osservati strani fenomeni nel cielo della Russia e dell’Europa, come nuvole incandescenti, tramonti colorati e una debole luminescenza nella notte. I giornali internazionali specularono sulla possibile esplosione di un vulcano.

Sfortunatamente, l’inaccessibilità della regione e la situazione politica instabile della Russia all’epoca impedirono ulteriori indagini scientifiche.

Tredici anni dopo, il mineralista russo Leonid Alexejewitsch Kulik, dell’Istituto meteorologico russo, si interessò alla storia dopo aver letto un articolo di giornale che sosteneva che i passeggeri della Transiberiana avessero osservato un impatto, toccando perfino il meteorite ancora caldo.

Kulik organizzò una spedizione e si recò nella città di Kansk, dove studiò rapporti sull’evento negli archivi locali. La storia dei passeggeri del treno era chiaramente una burla, tuttavia, Kulik riuscì a trovare alcuni articoli che descrivevano un’esplosione osservata a nord di Kansk. Dall’avamposto remoto di Wanawara, la squadra si avventurò nella taiga seguendo il fiume Tunguska. Poi, il 13 aprile, Kulik scoprì una vasta area coperta da tronchi marcescenti. Un’enorme esplosione aveva appiattito più di 80 milioni di alberi su 1200 chilometri quadrati. Della foresta di Tunguska, restavano in piedi solo alcuni alberi morti e carbonizzati

Nonostante l’esplorazione dell’intera area, nel sito non venne stato rilevato alcun cratere da impatto o materiale meteoritico. Nell’autunno del 1927, un rapporto preliminare di Kulik fu pubblicato su vari giornali nazionali e internazionali. Kulik suggerì che un asteroide fosse esploso nell’atmosfera, causando le devastazioni osservate. La mancanza di qualsiasi punto di impatto identificabile fu spiegata con il terreno paludoso, troppo morbido per preservare un cratere. Di conseguenza, il presunto incidente d’impatto divenne noto come l’evento Tunguska.

Leonid A. Kulik at the site of the Tunguska Event, the largest impact event in recorded history.

Leonid A. Kulik sul sito dell’evento Tunguska, il più grande evento d’impatto della storia. – ARC

Nonostante la sua notorietà nella cultura popolare, i dati scientifici che coprono questo evento sono scarsi. Ci sono alcune registrazioni delle onde sismiche e della pressione atmosferica, effettuate immediatamente dopo l’esplosione, e la foresta devastata è stata mappata circa trent’anni dopo. Sulla base della mancanza di dati concreti, come un cratere o un meteorite, e di resoconti contrastanti, nel corso degli anni sono state proposte molte teorie di diversa plausibilità.

L’ingegnere e scrittore di fantascienza Aleksander Kasantsews propose una spiegazione insolita all’indomani di Hiroshima e Nagasaki.

Kasantsews sosteneva che l’evento fosse da ascrivere ad un’esplosione nucleare, equivalente a 1.000 bombe di Hiroshima, di possibile origine extraterrestre, in quanto un UFO si era schiantato in Siberia o un’arma interplanetaria era stata fatta detonare lì per ragioni sconosciute. A parte il modello di distruzione, secondo Kasantsews, anche le anomalie geomagnetiche registrate alla stazione di Irkutsk erano simili a quelle generate da un’esplosione nucleare.

Nel 1973, alcuni fisici americani proposero l’ipotesi che un piccolo buco nero fosse entrato in collisione con il nostro pianeta, causando un’esplosione materia-antimateria nell’atmosfera terrestre.

Negli ultimi anni, l’astrofisico tedesco Wolfgang Kundt e, in seguito, Jason Phipps Morgan, della Cornell University di Ithaca, e Paola Vannucchi, dell’Università di Firenze, hanno proposto una spiegazione terrestre per l’esplosione di Tunguska. I Verneshots, dal nome dello scrittore Jules Verne, sono reazioni magmatiche/gas speculative che esplodono violentemente dal sottosuolo.

Secondo questo modello, un’intrusione magmatica sotto la Siberia doveva avere formato una grande bolla di gas vulcanici, intrappolata dagli strati di basalto dei trappi siberiani. Alla fine, nel giugno 1908, le rocce di copertura furono distrutte dai gas compressi e le esplosioni di metano in fiamme causarono la serie di esplosioni descritte in alcuni racconti. I residui chimici di questa combustione dispersi nell’atmosfera terrestre provocarono le nuvole incandescenti viste in tutto il mondo. Questa spiegazione, tuttavia, è speculativa al massimo. Bolle di gas si osservano, ogni tanto, nei laghi della Siberia, ma il metano proviene da materiale organico in decomposizione sepolto nel terreno ghiacciato della taiga, non dal profondo sottosuolo.

La teoria più accreditata che spiega l’evento Tunguska rimane quella di un corpo cosmico che entrato nell’atmosfera terrestre. Questa idea è supportata dalle relazioni che descrivono una palla di fuoco che discende sulla taiga, la presenza di minerali correlati all’impatto come nanodiamanti, sferule metalliche e silicate nei sedimenti, la distribuzione mappata e la direzione degli alberi appiattiti, che punta lontano da un singolo sito di esplosione, e un collegamento tra l’evento di Tunguska e lo sciame meteoritico delle Tauridi.

La natura di questo corpo cosmico, tuttavia, rimane oscura. Non è possibile un’analisi chimica delle sferule metalliche e silicate, perché elementi delle rocce magmatiche che formano il letto di Pietrisco del suolo hanno contaminato i campioni.

Alcune testimonianze, oltre tutto, che descrivono una serie di esplosioni della durata superiore a dieci minuti sono difficili da spiegare con un singolo impatto. Nel 2007, Luca Gasperini e il suo gruppo di ricerca dell’Università di Bologna hanno proposto che il piccolo lago Cheko (nella foto di copertina) possa essersi formato per l’impatto di un frammento del meteorite di Tunguska. Il lago Cheko è insolitamente profondo per una regione normalmente caratterizzata da stagni poco profondi, formatisi per lo scioglimento del permafrost. In effetti non risultano registrazioni precedenti al 1908 dell’esistenza del lago ma è anche vero che la regione era mal mappata e esplorata in quel momento e non tutti gli scienziati concordano con questa teoria.

A più di cento anni dall’evento, sopravvivono solo pochi indizi di quanto accaduto. Dalle ricognizioni aeree è praticamente impossibile verificare quanto accaduto, infatti gli alberi sono ricresciuti e hanno ricolonizzato completamente l’area devastata. Anche sul suolo, ormai, possono essere identificati solo alcuni ceppi bruciati degli alberi colpiti dall’esplosione. Tutti i possibili altri indizi sono marciti o ormai sepolti nel terreno paludoso.