Il mistero dei pianeti intermedi

C'è un'anomalia statistica che inquieta gli astronomi. Tra gli esopianeti scoperti sono pochissimi quelli che hanno un raggio da 1,5 a 2 volte quello terrestre

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C’è un’anomalia statistica sugli esopianeti scoperti che inquieta gli astronomi. Si tratta dell’estrema scarsità di pianeti extra solari di mondi appena un po’ più grandi della Terra.

Questa anomalia prende il nome di Fulton gap, dal nome dell’astronomo che per primo l’ha notata nel 2017. La galassia ospita tantissimi pianeti, dalle due alle quattro volte le dimensioni della Terra, più moltissimi pianeti di dimensioni prossime a quelle terrestri.

L’anomalia di Fulton si riscontra tra quelli che hanno il raggio compreso tra 1,5 e 2 volte quello terrestre. Questa tendenza statistica sembra continuare anche con la sostituzione di Kepler ad opera del telescopio spaziale TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) nella ricerca di nuovi esopianeti.

Se escludiamo un’anomalia statistica, la lacuna dei raggi “mancanti” apre possibili scenari sulla formazione dei pianeti e su quello che accade loro nelle prime fasi di “vita”. Poiché l’atmosfera può comprendere buona parte del raggio di un pianeta, diversi di questi scenari si concentrano su quello che potrebbe accadere all’atmosfera in queste prime fasi della vita di un pianeta.

Secondo Diana Dragomir, astrofisica del MIT, i pianeti rocciosi intermedi dotati di atmosfera non possono resistere a lungo. Se sono abbastanza grandi riescono a conservarla, altrimenti la perdono del tutto in tempi, cosmologicamente parlando, brevi.

Ci sono però altri scenari plausibili che spiegherebbero questa anomalia statistica. Uno sostiene che il gap di Fulton sia una conseguenza diretta della genesi planetaria, in riferimento alla posizione o alla composizione del gas e delle polveri susseguenti la nascita della stella.

Un’altra teoria afferma che potrebbero essere gli stessi processi di raffreddamento dei pianeti a provocare l’evaporazione dell’atmosfera, con un effetto di perdita di massa alimentata dall’attività del nucleo planetario. Gli astronomi stanno scoprendo che nella maggior parte dei sistemi planetari sin qui scoperti, i mondi più piccoli tendono ad orbitare vicini alla loro stella, mentre quelli più grandi orbitano molto più lontano.

La vicinanza alla stella dei pianeti piccoli sarebbe uno dei motivi, forse il principale, della perdita di atmosfera. L’intensità del calore emanato dall’astro e della radiazione ultra violetta spazzerebbe via l’atmosfera di questi esopianeti facendogli perdere molta massa. E’ quello che potrebbe essere successo a Marte quando il pianeta rosso ha perso il suo campo magnetico protettivo.

Gli astronomi, per altro, non sono in grado di affermare con certezza come sono fatti, all’interno, i pianeti con massa da 2 a 4 volte quella terrestre, chiamati “super terre”. Nei primi mesi del 2019, una ricerca di un team di astronomi di Harvard University, ha rivelato che alcune simulazioni al computer, suggeriscono che questi pianeti comuni siano mondi acquatici, sia pure con diverse varietà di forme esotiche dell’acqua.

Insomma per adesso il mistero dei pianeti intermedi è ancora lungi dall’essere risolto. La sua soluzione aprirebbe una nuova comprensione della genesi planetaria ed in seconda battuta della possibilità di individuare pianeti dove la vita aliena ha maggiori probabilità di essersi sviluppata.