Il milites Dante Alighieri

La battaglia di Campaldino vide tra i protagonisti colui che sarebbe diventato il più celebrato poeta della letteratura italiana: il milites Dante Alighieri

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E’ sabato 11 giugno 1289 quando l’esercito guelfo, composto in larga misura da fiorentini, risalendo il Casentino si ferma nei pressi del castello di Poppi. Ha impiegato nove giorni per percorrere su strade impervie e montuose circa 50 chilometri e fermarsi a metà strada con Arezzo, in una pianura chiamata allora Campaldino.

Era il luogo adatto dove schierare e manovrare la cavalleria e naturalmente il nemico, i ghibellini aretini, sapendolo bene, sbarrano il fondovalle, nei pressi di una chiesetta chiamata Cartomondo, pronti ad affrontare l’invasore.

Come era costume per un “governo del popolo”, l’esercito fiorentino non aveva un Comandante in capo. Le decisioni erano prese da dodici Capitani di Guerra in rappresentanza dei sei sesti (quartieri) nei quali era divisa la città, integrati dai comandanti dei contingenti delle città alleate e dai baroni del contado che apportavano altre truppe all’esercito guelfo.

Avvistato il nemico, i fiorentini predisposero lo schieramento a difesa, in attesa che il consiglio di guerra prendesse le decisioni più opportune. All’epoca la forza d’elite di un esercito era composta dalla cavalleria, uomini armati di lancia e spada, ricoperti di una cotta di maglia che ammontavano nell’occasione tra le 1300 e le 1600 unità per i guelfi, 600 dei quali fiorentini.

Tra costoro furono scelti 150 “feditori” che andranno ad occupare la prima linea, la posizione indubbiamente più pericolosa, pronti ad attaccare o a sostenere il primo urto del nemico. Alle spalle della prima linea fu schierato la “schiera grossa”, il resto della cavalleria ed in terza fila, le salmerie con il compito di impedire l’eventuale sbandamento della cavalleria. Duecento cavalieri al comando di Corso Donati furono collocati come riserva ancora più indietro.

Il resto dell’esercito guelfo era composto da circa 10.000 fanti, per lo più contadini e rappresentanti del popolo minuto, armati in modo eterogeneo, questa massa poteva incidere nella battaglia soltanto se agiva in modo compatto e tempestivo. Nella fanteria, un gruppo scelto, aveva il compito di piantare dei rozzi scudi di legno, chiamati pavesi davanti allo schieramento per offrire una certa protezione alla carica dei cavalieri nemici. Essi furono collocati alle due estremità della linea dell’esercito guelfo.

Il consiglio di guerra dell’esercito dei fiorentini decise di aspettare la mossa del nemico. Cavalieri e fanti si predisposero quindi ad una lunga attesa sotto la calura estiva. Se per questi ultimi era facile sedersi a terra ed ingannare il tempo attingendo alle zucche colme di vino che quasi tutti portavano alla cintola, per i cavalieri la cosa era più complicata. La cotta di maglia che indossavano,  dal peso di 15-20 chili era un autentico calvario sotto il sole e pochi scendevano da cavallo, senza però allontanarsi troppo, per timore di essere sorpresi da una carica nemica.

Tra i feditori della prima linea, c’era una cavaliere molto speciale Dante Alighieri, all’epoca attivamente impegnato nella politica cittadina. Dante era un milites ovvero un uomo che combatteva a cavallo. Questa  condizione era indice di una certa agiatezza dell’Alighieri perché acquistare e mantenere un cavallo  da guerra e le armi necessarie era alla portata soltanto della classe più abbiente della  città.

Alla fine i ghibellini decisero di attaccare per primi con una prima ondata di trecento Feditori al galoppo comandata da Bonconte da Montefeltro, seguiti da trecentocinquanta cavalieri al trotto. La fanteria seguiva di corsa.

L’urto della prima ondata dei ghibellini che erano il doppio dei feditori guelfi fu violentissimo. Molti cavalieri furono disarcionati e la prima linea dei fiorentini sbandò paurosamente. E’ molto  probabile che  anche Dante fu  disarcionato  o comunque preso dal panico per gli effetti scompaginanti  della carica aretina. D’altra parte per un cavaliere reggere da fermo la carica della cavalleria nemica era cosa tutt’altro che facile. Ed anche se l’urto produceva di solito pochissimi morti e feriti, i disarcionamenti e la confusione che si generava dalla linea spezzata poteva costituire un viatico importante per la vittoria finale.

Anche la “schiera grossa” iniziò a rinculare e secondo alcuni cronisti coevi fu messa addirittura in rotta. Però lo slancio della cavalleria aretina si infranse contro le salmerie e i pavesi collocati sulle ali dello schieramento guelfo. La battaglia si trasformò in una gigantesca e caotica zuffa. Gli aretini che per altro erano complessivamente in inferiorità numerica si trovarono distanti dai loro balestrieri e dalle riserve.

Il colpo finale fu assestato da Corso Donati e dai 200 cavalieri tenuti come riserva, che senza aspettare gli ordini si lanciarono addosso al nemico in una manovra a tenaglia infliggendo perdite gravissime.

Guido Novello, podestà di Arezzo, che osservava la mischia dalla chiesa di Certomondo giudicò persa la battaglia ed invece di soccorrere il resto dell’esercito ghibellino si ritirò coi suoi cavalieri verso il castello di Poppi.

La battaglia era decisa. La cavalleria ghibellina era accerchiata e i fanti, tagliati fuori, erano disorientati. Guglielmino degli Ubertini affrontò i nemici con i suoi fanti e fu abbattuto dopo un aspro combattimento. Caddero anche Bonconte da Montefeltro e Guglielmo Pazzo. 

Nel tardo pomeriggio sotto un forte temporale estivo fu dato il segnale che sanciva la fine delle ostilità. La battaglia di Campaldino aveva mietuto 1700 vittime tra i ghibellini aretini e circa 300 tra i guelfi fiorentini. Mille aretini furono fatti prigionieri, e seguirono mestamente l’ingresso trionfale del podestà Ugolino dei Rossi di San Secondo in Firenze. Una parte di questi prigionieri, quelli più facoltosi vennero riscattati da Arezzo, gli altri, alcune centinaia, languirono fino alla morte nelle galere fiorentine, per essere poi sepolti in fosse comuni a lato dell’attuale via di Ripoli.

Fonti: alcune voci di Wikipedia; Dante, di A. Barbero