La dura vita dell’astronauta

Se chiediamo ad un bambino cosa farà da grande molto spesso risponderà: l'astronauta. Al di là dell'immaginario collettivo però non è oro tutto quel che luccica

Se chiediamo ad un bambino cosa farà da grande possiamo star certi che spesso viene evocata la professione dell’astronauta. Come stupirsi d’altra parte, la fama di questi super addestrati navigatori dello spazio che sfidano le leggi della fisica è una sirena irresistibile.

Eppure non è oro tutto quel che luccica. Dal ciclo circadiano alle “necessità corporali”, dalla dieta alimentare ai carichi di lavoro stressanti, la vita dell’astronauta ha più di un rovescio della medaglia. Sulla Stazione Spaziale Internazionale, gli astronauti assistono a 15 albe e 15 tramonti ogni 24 ore, un evento che contrasta milioni d’anni di evoluzione.

Per ovviare almeno parzialmente a questa situazione perturbante si stabiliscono degli orari, basati sull’ora solare di Greenwich (Londra). Ci si alza tutti alle 6:00, e alle 6:45 c’è la colazione, il pranzo è alle 13:05, la cena è alle 19:30 e poi tutti a dormire alle 21:30.

Mi scappa la pipì…..

L’ISS può contenere fino a sei astronauti contemporaneamente e per questo equipaggio sono disponibili due bagni. Ed a proposito dei bagni, fare i bisogni fisiologi non è esattamente una passeggiata. Quando oriniamo, la gravità terrestre fa cadere il liquido verso il basso. In microgravità invece la pipì svolazza allegramente per aria.

E come se non bastasse tende ad appiccicarsi addosso. Per quanto riguarda l’evacuazione “solida” anch’essa tende a svolazzare ma dopo essersi “arricciata” in modo singolare. All’inizio dei voli spaziali il problema dei bisogni fisiologici non era stato affrontato, si riteneva che trattandosi di missioni di poche ore, l’astronauta avrebbe dovuto cavarsela “semplicemente resistendo“.

Emblematica la disavventura capitata all’americano Alan Shepard il 5 maggio 1961 che con la sua capsula Mercury Redstone 3 sta per diventare il primo uomo americano nello spazio. Per un ritardo nella partenza della missione a Shepard inizia a scappare la pipì. Dal centro di controllo c’è l’invito a resistere ma alla fine l’astronauta non ce la fa più e decide di farsela addosso. Il panico investe il centro di controllo missione, l’urina è pur sempre un liquido e i liquidi sui circuiti elettrici sono altamente pericolosi.

La paura è che l’urina fuoriesca dalla tuta di Shepard. Fortunatamente l’ossigeno che circola nella tuta dell’astronauta asciuga tutto e la missione può iniziare. Da allora gli astronauti americani furono dotati di un “pannolone” per ovviare alla disavventura occorsa a Shepard.

Le cose si complicheranno quando con le capsule Gemini, le missioni dureranno più giorni. Ci voleva un’altra soluzione al posto del pannolone.

Nelle missioni Gemini e Apollo l’urina si raccoglie in un sacchetto collegato a un tubicino, e poi viene scaricata nello spazio, creando una nube scintillante mentre le feci si raccolgono in un altro sacchetto dotato di un’imboccatura adesiva che si applica…li dove non batte il sole.

Una volta finita di fare la pupù si getta nel sacchetto un liquido anti germi che impedisce la fermentazione. I cosmonauti russi delle missioni Soyuz hanno invece una situazione più “comoda”, la capsula ha due spazi separabili che oltre a garantire un po’ di riservatezza sono dotate di una toilette: un imbuto collegato a un vasino tramite un tubo aspirante.

Oggi la situazione è soltanto parzialmente cambiata. Durante i decolli, gli atterraggi e le missioni spaziali extra veicolari, gli astronauti indossano ancora il pannolone. Sulla ISS, invece, ci sono due gabinetti: uno nella sezione russa e uno nella sezione americana. La pipì viene raccolta, filtrata e …riciclata in acqua potabile. Il 93% dell’acqua utilizzata sulla ISS proviene dal processo di riciclo. In compenso non ci sono docce per gli astronauti che si “lavano” utilizzando speciali salviette.

Le feci finiscono invece in un bidone metallico dove congelano per essere successivamente riportate verso la terra quando arrivano le navette con i rifornimenti. Appena entrate nell’atmosfera i bidoni vengono espulsi e bruciano vaporizzandosi.

Un grave stress per il corpo umano

Ma il duro mestiere dell’astronauta non si limita alle problematiche connesse alle esigenze corporali. Vivere in condizioni di micro gravità i primi giorni è un’esperienza dura: corpo e cervello si devono adattare a condizioni provate soltanto per poco tempo in addestramento.

Il mal di spazio, tecnicamente definito SAS, Sindrome da adattamento nello spazio, colpisce molti astronauti. Il senso dell’equilibrio è uno dei sintomi più evidenti, il labirinto vestibolare dell’orecchio fatica a capire cosa è sopra e cosa è sotto. Stomaco ed intestino galleggiano letteralmente nel corpo dell’astronauta, la conseguenza è la nausea spaziale.

Fortunatamente questi disturbi tendono a scomparire dopo pochi giorni di permanenza nello spazio. I sintomi della Sindrome di adattamento allo spazio, vengono misurati tramite la Scala Garn, che prende il nome da un astronauta che li sperimentò tutti, fino al massimo livello: 13! Per la verità Jake Garn era un senatore degli Stati Uniti e presidente della sottocommissione che sovrintendeva ai bilanci della Nasa. Nel 1985 partecipò alla missione Space Shuttle Discovery volendo capire di persona dove finivano i soldi dei contribuenti americani.

Il mal di spazio non è però l’unico problema biologico in cui incorrono gli astronauti. Per esempio, il sangue, alla lunga, perde plasma e globuli rossi, quindi trasporta sempre meno nutrienti e ossigeno. Il cuore, non dovendo più contrastare la gravità, rallenta il battito. Il tessuto cardiaco si riduce, e il cuore diventa più sferico.

La ridotta gravità allunga la colonna vertebrale degli astronauti che mediamente “acquistano” 5 cm di altezza e fastidiosi e dolorosissimi mal di schiena (si stirano anche i nervi). Le ossa e i muscoli perdono ogni mese l’1% della massa.

Per contrastare i problemi cardiaci gli astronauti svolgono un intenso programma di attività fisica utilizzando speciali tapis roulant e cyclette. Attività che provoca copioso sudore che rimane impregnato sui vestiti usa e getta che vengono cambiati ogni tre giorni. Fortunatamente (si fa per dire) sia l’olfatto che la vista nello spazio tendono a funzionare meno bene per la presenza di maggiori fluidi nella cavità cranica.

Non va meglio per la psiche…

Se pensate che l’asprezza della vita nello spazio sia collegata esclusivamente a problemi di natura fisiologica, sbagliate. La convivenza forzata in ambienti piccoli provoca numerosi attriti e disturbi psicologici. Gli psicologi sono ben consapevoli che è fondamentale evitare che si accumulino rancori e tensioni tra i membri di un equipaggio ed anche tra loro e il controllo missione a Terra.

Sotto quest’ultimo aspetto è celebre quello che accadde nel 1973 durante la missione Skylab 4 con a bordo gli astronauti Gerald Carr, William Pogue ed Edward Gibson, tutti alla loro prima missione. I lavori di manutenzione e gli esperimenti da eseguire erano così tanti che nonostante una giornata lavorativa di 16 ore gli astronauti rimangono ben presto indietro sulla tabella di marcia.

Dal centro di controllo con un’insensibilità oggi inconcepibile gli dicono di rinunciare al riposo post prandiale ed a tutti i (pochi) momenti liberi per cercare di mettersi in pari.

Alla fine gli astronauti, stremati, decidono di ribellarsi: il 28 dicembre il comandante Carr parla al centro di controllo. «Oggi ci prendiamo una giornata di vacanza.» E spegne le comunicazioni radio. Il primo sciopero spaziale è ufficialmente cominciato.

Da terra capiscono l’antifona e rimodulano il programma di lavoro degli astronauti lasciando numerosi momenti di riposo e libertà. Morale quando la missione si conclude, dopo 84 giorni, non soltanto il programma di lavoro iniziale è stato tutto completato ma gli astronauti avranno svolto compiti supplementari. Questo risultato non eviterà che nessuno dei tre astronauti rivedrà mai più lo spazio.

Oggi, sulla ISS, gli astronauti hanno una buona autonomia e hanno del tempo libero per rilassarsi e prendersi una pausa dalla vita a bordo, che come abbiamo visto sinteticamente è tutt’altro che semplice e piacevole come l’immaginario collettivo su questi “operai super specializzati” vorrebbe.

 

fonti:

alcune voci di Wikipedia

Partenze a razzo di L. Perri

Il Cantico dei Quanti