Venezia nel XII secolo

Il XII secolo sarà per la Repubblica di San Marco un periodo di profonde trasformazioni urbanistiche e costituzionali

Attorno a metà del XII secolo i confini del “dogado” veneziano erano essenzialmente gli stessi dell’ 840: da Grado a Cavarzere e al ramo superiore del Po dirimpetto a Goro. Verso nord-ovest, coincidevano più o meno col confine delle lagune, tranne qualche modesto saliente in terraferma.

In compenso le progressive bonifiche lagunari avevano esteso l’ampiezza della città vera e propria grazie anche ad un’intensa attività edilizia. Sia gli edifici religiosi che le abitazioni private non si costruivano più soltanto sulle rive dei canali ma anche all’interno delle isole dell’arcipelago lagunare. Pur rimanendo ancora molte le costruzioni in legno (elemento che spiega i numerosi e devastanti incendi dell’epoca) le abitazioni in muratura lentamente crescono fino a diventare una quota molto importante di tutto l’assetto urbanistico di Venezia.

La città era uno straordinario caleidoscopio di chiese (oltre 70), un gran numero di case, intervallate da orti e vigne ed una significativa presenza di proprietà immobiliari pubbliche. A questa trasformazione urbanistica si associava nello stesso periodo una trasformazione “costituzionale”.

La figura del Doge si allontana sempre di più dall’umile duca della provincia di Venezia del tempo di Giustiniano Parteciaco (primi anno del IX secolo) . Questa carica finisce per somigliare a quella di un monarca, anche se per volontà popolare e non per investitura divina. Infatti ad eleggere il Doge formalmente è ancora l’assemblea popolare dei cittadini, l’Arengo. L’arengo, nel Medioevo, era il luogo dove i cittadini insorti contro i feudatari si riunivano per auto-organizzarsi. Il termine, probabilmente derivato dal germanico “hring” (cerchio, anello), passò quindi ad indicare la stessa assemblea della cittadinanza in numerosi comuni italiani

Dei Re, il Doge ha molte prerogative nonostante la riforma Flabianico che toglie ai Dogi la possibilità di designare un successore e lo limita nei suoi poteri, affiancandoli 2 consiglieri. È il figlio del doge che comanda la flotta, o se non è il figlio è un altro parente, quando non la comanda lui in persona. E sappiamo che chi comanda la flotta a Venezia detiene l’essenza del potere militare della Repubblica.

E’ ancora il figlio primogenito che regge la Repubblica in sua assenza e la linea di demarcazione tra i beni pubblici e quelli della famiglia dogale è molto opaca. Durante questo secolo si consolidano però le spinte per imbrigliare il potere assoluto del Doge, ai due consiglieri che da tempo affiancano la più alta istituzione di Venezia, nel 1130 appare per la prima volta un consiglio, il consilium sapientium, il consiglio di coloro che nella nomenclatura ufficiale veneziana saranno sempre chiamati i savi.

Il potere del Doge viene quindi circoscritto da questo organo consultivo espressione dall’aristocrazia veneziana e dalla classe imprenditoriale della città lagunare, mercanti ed armatori, sempre più influente ed indispensabile nel governo della città.

Formalmente nell’assemblea popolare continuerà a risiedere la fonte del potere, ma essa sarà a sua volta vincolata nei confronti del Consiglio dei savi da un giuramento costituzionale in virtù del quale, però, il consilium sarà legittimato in futuro ad opporsi, nel nome del popolo, al doge.

Si delinea insomma l’originalità dell’assetto istituzionale veneziano di questa strana Repubblica dove il potere, lentamente, si trasferisce da una persona fisica, il Doge ad un’entità astratta: lo Stato.

Le trasformazioni istituzionali nel corso di questo secolo non finiscono qui. Venezia estromette le autorità ecclesiastiche dalla vita politica, estromissione che diventerà uno dei punti fondamentali della politica veneziana. Patriarca, vescovi e abati vengono ricondotti unicamente alla gestione spirituale della vita dei cittadini, tratteggiando una visione laica dello Stato, ante litteram.