1965: lo sbarco in Vietnam degli americani

Se il 1964 è l'anno della scelta politica verso un maggiore coinvolgimento , il 1965 è l'anno dell'invio massiccio di soldati statunitensi in Vietnam

DEFENSE DEPT PHOTO (MARINE CORPS) A183669

Il 1964 fu l’anno della svolta politica che aprì la strada ad un coinvolgimento massiccio degli americani in Vietnam. L’anno successivo sancì l’avvio effettivo dell’escalation statunitense nel conflitto indocinese. Alla base della decisione assunta dall’amministrazione Johnson c’era la consapevolezza che le forze armate sudvietnamite si stavano letteralmente sbriciolando e non erano più in grado di gestire il confronto militare con i vietcong e con i nordvietnamiti con il solo ausilio di consulenti ed istruttori statunitensi.

Il comandante in capo delle forze USA in Vietnam, generale Westmoreland, scrisse al Presidente Johnson un dispaccio nel quale tra l’altro asseriva: «Le forze armate sudvietnamite non possono resistere a questa pressione senza un consistente supporto statunitense in combattimento».

Il MACV, la struttura di comando costituita dagli Stati Uniti in Vietnam del Sud già dal 1962  elaborò pertanto un piano di dispiegamento delle forze USA che prevedeva inizialmente la difesa delle proprie basi, per poi rinforzare gli altipiani centrali; quindi per dare la caccia al nemico (la tattica search and destroy, vale a dire “cerca e distruggi”), il tutto svolgendo attività di pacificazione e sostenendo il bombardamento del Vietnam del Nord.

Alla base di questo piano c’era il convincimento che le forze ostili non fossero in grado di resistere all’enorme potenza di fuoco americana. In questo contesto all’esercito sudvietnamita venivano assegnati compiti di sicurezza locale, come il presidio di città di medie e grandi dimensioni. Insomma soldati ridotti a poco più che gendarmi. La guerra vera passava interamente in mano americana.

Per attuare questo piano Westmoreland chiese alla Casa Bianca subito 180.000 uomini ed altri 100.000 entro la fine del 1966. Mentre le richieste di Westmoreland venivano vagliate dal Pentagono, la marina militare statunitense lanciò l’operazione Market Time, un blocco navale delle zone costiere vietnamite con il compito di impedire il rifornimento di armi e munizioni via mare dal Vietnam del Nord ai Vietcong.

Johnson tentò ancora una mossa per cercare di neutralizzare l’impegno militare dei nordvietnamiti a favore della causa dei vietcong. In un discorso tenuto in aprile di quell’anno alla Johns Hopkins University il Presidente arrivò a promettere che se i nordvietnamiti avessero lasciato stare la guerra, avrebbe mandato loro un assegno da un miliardo di dollari per costruire una diga sul Mekong.

Johnson credeva fortemente nel potere del dollaro ed era convinto, per parafrasare una citazione di un grande film, di aver fatto a Ho Chi Minh “una proposta che non poteva rifiutare“. Grande fu la sorpresa del Presidente quando si rese conto che il vecchio leader carismatico nordvietnamita si era limitato ad ignorare questa colossale mazzetta.

Dimostrando di non avere la reale percezione del contesto gli americani pensavano che i sovietici fossero in grado, se avessero voluto, di arrestare il coinvolgimento del Vietnam del Nord nel conflitto. In realtà i russi non potevano e non volevano assumersi alcuna opera di intermediazione pur nutrendo forti preoccupazioni sull’escalation militare in Vietnam.

Il 7 giugno, Westmoreland rincara la dose e ribadisce in un rapporto che il Vietnam del Sud sarebbe andato incontro alla sconfitta a meno che gli Stati Uniti non avessero messo in campo immediatamente almeno quarantaquattro battaglioni di manovra.

Johnson era ormai convito dell’ineluttabilità di un massiccio coinvolgimento americano e confortato dal parere del procuratore generale degli Stati Uniti Nicholas Katzenbach secondo il quale non era necessario un ulteriore pronunciamento del Congresso per inviare rinforzi, il 16 giugno, fece comunicare da Mc Namara, il segretario alla Difesa, che la presenza americana in Vietnam sarebbe salita a 70.000 uomini.

Due giorni dopo, i giganteschi B-52 iniziarono un programma di massicci bombardamenti del Vietnam del Nord che negli otto anni successivi arrivarono a quasi 127.000 incursioni, scaricando oltre 4 milioni di tonnellate di bombe. Nel frattempo a Saigon aveva assunto il potere l’ennesima giunta militare capeggiata, questa volta, da Nguyen Cao Ky, con Nguyen Van Thieu a capo dello Stato.

L’amministrazione Johnson ormai prendeva decisioni indipendentemente da consultazioni con le autorità sudvietnamite, per altro attraversate da una violenta instabilità, permeate da una profonda corruzione e condizionate dalle varie fazioni operanti nelle forze armate del paese. Nel frattempo anche l’ambasciatore statunitense a Saigon Maxwell Taylor veniva avvicendato con l’esperto Henri Cabot Lodge.

A lui McNamara ormai trasformatosi definitivamente in un falco rappresentò le opzioni americane: andarsene e subire l’umiliazione; fare in maniera maggiore quel che si era già fatto e gestire un progressivo deterioramento; procedere a un’escalation, con «buone possibilità di ottenere un risultato accettabile entro un lasso di tempo ragionevole».

Cabot da vecchio volpone comprese al volo che in realtà l’unica opzione sul piatto era la terza. Eppure nell’amministrazione Johnson rimanevano ancora pochi elementi che avevano ben presente il clamoroso errore di giudizio sulla guerra.

A una riunione privata tenutasi a Camp David in luglio, uno dei consiglieri politici del presidente, un uomo navigato come Clark Clifford, mise Johnson sull’avviso: «Potrebbe rivelarsi un pantano… Non riesco a vedere nient’altro che una catastrofe per il mio Paese». Non ci fu niente da fare. Il 28 luglio durante una conferenza stampa lo stesso Johnson annunciò l’invio di nuove truppe che avrebbero portato gli americani a un numero totale di 175.000.

Si sviluppò una campagna per far cessare le critiche che su alcuni media nelle settimane precedenti avevano bollato l’azione dell’amministrazione in Vietnam. Johnson stava progettando un escalation come non si vedeva dai tempi della Corea cercando di gestirla sottotraccia per non allarmare il popolo americano.

Le operazioni militari, a un certo punto, presero l’abbrivio da sole grazie anche al comportamento dei militari che non osarono far rilevare i grandi rischi che la “dottrina” per il Vietnam di Johnson e McNamara comportava per il paese. E tutto venne nascosto al popolo americano come scritto in seguito da Daniel Ellsberg, assistente di John McNaughton al Pentagono nel 1965-1966:«Tutto quello che facevamo era tenuto segreto al pubblico, tutte le menzogne, le azioni illegali che venivano preparate, le azioni illegali contro il Vietnam del Nord»

La “vera guerra” era ormai ai nastri di partenza.