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I miei anni ’80

di Paola Camilli

Si, perché ce ne sono tanti, di anni ’80.

Quelli visti dagli occhi di un’adolescente quale io ero, sono forse i più colorati. Ma ci sono gli anni ’80 dei trentenni, che si lasciavano a malincuore alle spalle i suoni psichedelici dei Pink Floyd per accogliere la nuova era della musica elettronica, dei colori fluo e delle spalline che proprio non riuscivano a digerire. Ex sessantottini o figli della contestazione che, travolti da un riflusso che non riuscivano a capire né accettavano, non si ritrovavano in quella fase di vuoto ideologico e di “pieno” di amenità e leggerezza, di gioia di vivere senza porsi problemi.

Poi ci sono gli anni ’80 degli adulti, quelli che, in ogni caso, rimpiangevano la grande vitalità, le prospettive per il futuro e la sicurezza economica conquistata degli anni ’60, quelli che la musica di Jovanotti proprio gli era intollerabile, quelli che guadavano ai “giovinastri” col groviglio di invidia e fastidio di chi non segue più né moda, né musica chiassosa, né i muretti presso cui far gruppo.

MODA

Lo stile Madonna

I miei anni ’80 sono quelli dei colori acidi, dei Camperos (ricordate l’oscenità di quegli stivali fighi e scomodissimi, ancora più modaioli se acquistati presso El Charro?), delle borse di tolfa. E dei pantaloni a palloncino, a vita alta, che alla fine stavano bene a tutte.
Le camicie americane poi! Rigorosamente usate, da comprare a via Sannio, perché così ci si sentiva un po’ alternative. Magari indossate con un cravattino stile The Knack, quelli di “My Sharona”.
La moda di quegli anni era, volendo, trasgressiva, esagerata, giocosa. Le giacche erano grandi e imbottite di spalline ipervolumetriche, i fuseaux (nonni preistorici degli attuali leggins) si indossavano con coloratissimi scaldamuscoli: chi, indossandoli, non si e’ sentita per 5 minuti la Jennifer Beals de noantri, l’indimenticabile protagonista di “Flashdance”? Le gonne invece erano ricche di balze e merletti, roba da star male pure ad un’anoressica, oppure rigorosamente lunghe dal sapore vagamente zigano.

E poi lunghi spolverini neri, camicie con jabot esagerati, calze a rete strappate, pantaloni di pelle o stampati. C’erano mille mode, mille look, bastava scegliere il più congeniale: madonnara se amavi i crocefissi, le magliette sovrapposte, gli stivaletti improbabili.. dark se eri fedelissima del total black… e poi punk, goth punk, paninara. E mille altre possibilità ancora: in fondo, erano gli anni del trasformismo e dell’apparenza.

 

MUSICA

Non si sapeva dove volgere le orecchie, in quegli anni. La musica elettronica spopolava, c’era un sound di base in fondo tutto uguale, almeno nella musica commerciale, ma che era un inno alla danza, all’allegria, alla positività. Quella “leggerezza” cui avremmo detto addio appena un decennio dopo, ma ancora non lo sapevamo. C’era Madonna già icona di stile, il Prince di “Purple Rain”, le Bananarama che a cantare magari non erano granché, ma lanciavano dei look da urlo. E ancora, gli Imagination, con le loro canzoni trascinanti e vagamente sensuali, e le nostrane Sorelle Bandiera, perché in Italia siamo bravi anche a prenderci in giro. I grandi del rock psichedelico e prog come i Pink Floyd ed i Genesis continuavano a produrre dischi, ma per un pubblico diverso, forse meno raffinato, perdendo sicuramente di genialità e guadagnandone in platee.

I Dire Straits erano ormai esplosi quando ci regalarono perle sublimi dall’LP “Making Movies” al Festival di San Remo.

Era l’81, e noi rispondemmo a cotanto rock con le nostre “Sarà perchè ti amo” e “Maledetta primavera”. L’ho detto, noi italiani amiamo dissacrarci.
Gli U2 ormai erano lanciatissimi e snocciolavano un successo dietro l’altro, da “Boy” a “Rattle and Hum” e tutto quello che vi era nel mezzo. I Simple Mind produssero il meglio della loro discografia, con quella chicca di “Alive and Kicking” che anche oggi, a distanza di 30 e passa anni, ti fa venir voglia di salire sul primo cucuzzolo e allargare le braccia all’orizzonte, in una sorta di inno alla vita.

Perché non parlo di musica italiana? Perché a parte qualcosa di De Gregori, Daniele o Venditti, quegli anni furono, per la musica italiana, un lungo momento di decadenza, se confrontati al precedente decennio, in cui la scuola cantautoriale ebbe esponenti di eccellenza. Ma per noi non era affatto un cruccio!

Non erano anni di denuncia sociale, quelli. Non importava l’impegno sociale, tanto s’era visto com’era andato a finire, nel decennio precedente.

No! Gli ’80 sono un ultimo, triste e infantile inno alla gioia e alla spensieratezza. Quasi presaghi di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, con un mondo che si preparava ad eventi mondiali sconvolgenti, quali la caduta del comunismo dell’est, la zampata violenta della mafia vs lo stato, la crisi economica degli anni 90, l’ingresso dell’euro e tutto ciò che, dolorosamente, ci ha portato fino ai giorni nostri. Ma quegli anni no, sono stati altro: sono stati una bolla di benessere, la festa in casa prima degli esami di maturità, i canti a squarciagola prima della compostezza dell’età adulta, la visione di un mondo con mille possibilità, come la favola moderna di Dancing Days o l’allegra e stordita gioventù di Happy Days.

Chi non li ha vissuti non ne sente certamente la mancanza. Ma chi vi è passato attraverso, volente o nolente ne porta un dolce rimpianto nel cuore. Forse lo stesso che si prova quando, da adulti, si guarda con condiscendenza il ragazzo o la ragazza che si è stati, un tempo.

Un guizzo, giusto il tempo di un lungo sospiro. E l’ombra di un sorriso.

Quegli anni… fortunati noi, che li abbiamo vissuti. 🙂

[segue]

Paola Camilli è owner su facebook dei gruppi “I mitici ’70” e “Noi che gli anni ’80…

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